NOVITÀ END OF WASTE: Legge 128 del 2 novembre 2019

Il 2 novembre è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Legge n. 128 (in vigore dal giorno successivo), “recante disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali”, il cui art. 14-bis riguarda la riforma della “cessazione della qualifica di rifiuto”, comunemente chiamato “End of waste”.

L’obiettivo di tale articolo è chiarire la definizione di End of Waste, e le caratteristiche che garantiscano la cessazione della qualifica di rifiuto.

La lettera a) dell’art. 184-ter del D. Lgs 152/2006:

“la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici”

è stata sostituita da: a)      “la sostanza o l’oggetto sono destinati a essere utilizzati per scopi specifici”.  Le altre modifiche riguardano il comma 3 dell’art. 184-ter. Il comma 3 dell’art. 184-ter del D. Lgs 152/2006, è sostituito dal seguente:“3. In mancanza di criteri specifici adottati ai sensi del comma 2, le autorizzazioni di cui agli articoli 208, 209 e 211  e  di  cui  al titolo III-bis della parte  seconda  del  presente  decreto,  per  lo svolgimento di operazioni di recupero ai sensi del presente articolo, sono rilasciate o rinnovate nel  rispetto  delle  condizioni  di  cui all’articolo  6,  paragrafo  1,  della   direttiva   2008/98/CE   del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19  novembre  2008,  e  sulla base  di  criteri  dettagliati,  definiti  nell’ambito  dei  medesimi procedimenti autorizza tori.In mancanza di criteri specifici adottati, continuano ad applicarsi, quanto alle procedure semplificate  per  il recupero dei rifiuti, le disposizioni di cui al decreto del  Ministro dell’ambiente 5 febbraio 1998, pubblicato nel  supplemento  ordinario n. 72 alla Gazzetta  Ufficiale  n.  88  del  16  aprile  1998,  e  ai regolamenti di cui ai decreti  del  Ministro  dell’ambiente  e  della tutela del territorio 12 giugno 2002, n. 161, e 17 novembre 2005,  n. 269“.

 

Tale articolo sostanzialmente definisce che in mancanza di Regolamenti UE o Decreti nazionali, viene rimandato alle autorità il potere/dovere di autorizzare caso per caso, con procedura ordinaria (ex. Art 208).Inoltre, il nuovo comma 3-bis prevede che le autorità competenti comunichino all’ISPRA i nuovi provvedimenti autorizzatori adottati, riesaminati o rinnovati, entro dieci giorni dalla notifica degli stessi al soggetto istante. In base al nuovo comma 3-ter: “L’ISPRA,  o   l’Agenzia   regionale   per   la   protezione dell’ambiente  territorialmente  competente, controlla a campione, sentita l’autorità competente di cui al comma 3-bis, in contraddittorio con il  soggetto  interessato,  la conformità delle modalità operative e  gestionali  degli  impianti, ivi compresi i rifiuti in ingresso,  i  processi  di  recupero  e  le sostanze o oggetti in  uscita, redigendo, in caso di  non conformità, apposita relazione.  Il  procedimento  di  controllo  si conclude entro sessanta giorni dall’inizio della verifica. L’ISPRA  o l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente delegata comunica entro  quindici  giorni  gli  esiti  della  verifica   al   Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare”.

Fonte: Gazzetta Ufficiale Legge N. 128 del 2 novembre 2019

Una circolare del ministero dell’Interno precisa agli organi di Polizia come svolgere i controlli sul carico dei veicoli industriali, chiarendo le sanzioni e prevedendo la corresponsabilità del caricatore. La circolare diffusa il 29 ottobre 2019 dalla Direzione Centrale per la Polizia Stradale del ministero dell’Interno chiarisce alcuni aspetti sui provvedimenti attuati dal Decreto del ministero dei Trasporti numero 215/2017, con lo scopo di fornire indicazioni alle pattuglie che disciplina e rende omogenei in tutta l’Unione Europa i controlli sul fissaggio del carico dei veicoli industriali con massa complessiva superiore a 3,5 tonnellate (oltre che degli autobus e dei trattori agricoli).
La circolare affronta innanzitutto la corretta sistemazione del carico, necessaria perché la mancanza o l’insufficienza di misure che fissano il carico può causare la sua fuoriuscita dal vano o addirittura il ribaltamento del veicolo. Il testo sottolinea che per ridurre il rischio di spostamento del carico è necessario distribuirlo correttamente rispetto agli assi ma è importante anche ridurre l’attrito tra il carico e il pianale e a tale scopo si possono usare pure tappetini anti-sdrucciolevoli per usi industriali, che possono integrare le cinghie e le catene di fissaggio. Rispetto a questi ultimi, la circolare precisa che “l’utilizzo di sistemi non omologati, privi di etichetta di certificazione, equivale al mancato uso del dispositivo”.

La circolare prosegue parlando dei soggetti che possono svolgere i controlli ed erogare le eventuali sanzioni. Il Decreto 215/2017 stabilisce che lo debbano fare gli ispettori del ministero dei Trasporti, ma la circolare precisa che gli articoli 11 e 12 del Codice della Strada “non escludono a priori” anche la competenza della Polizia Stradale “ogni qualvolta l’accertamento non richieda un controllo approfondito che presuppone particolari competenze e conoscenza specialistiche”. In concreto, gli agenti della Polstrada possono contestare la violazione “ove venga individuata una macroscopica violazione della norma”. A tale proposito, il testo porta degli esempi: carico disposto su un lato e non bilanciato, assenza di cinghie o catene dove previste, cinghie o catene prive di etichetta di omologazione o etichette non leggibili.
La circolare spiega anche quali articoli del Codice della Strada si possono applicare nel caso violazione. Innanzitutto i commi 1 e 4 dell’articolo 79 del Codice della Strada sull’efficienza dei veicoli che prevede una sanzione da 84 a 335 euro, poi l’articolo 164 dello stesso Codice, dedicato in modo specifico alla sistemazione del carico, che prevede anch’esso sanzioni da 84 a 335 euro. La circolare aggiunge che nel caso di violazione rilevata sulla strada “occorre inoltre considerare la responsabilità degli altri soggetti della filiera dell’autotrasporto”. In prima battuta deve essere considerato il caricatore e poi, “solo nel caso in cui siano accertate specifiche responsabilità”, il vettore, il committente e il proprietario della merce.

Più nel dettaglio, la circolare indica di applicare – in presenza di carenze macroscopiche – l’articolo 164 del Codice della Strada in caso di carico sbilanciato o sistemato in modo tale da ostruire la visuale al conducente (con ritiro della carta di circolazione fino al ripristino del carico) e l’articolo 79 dello stesso Codice in caso di sistemi di ancoraggio assenti o privi di etichetta di omologazione (con un solo contesto a prescindere dal numero di violazioni accertate). In questi casi raccomanda agli agenti di fotografare il vano di carico e reperire i documenti sul trasporto. Questi ultimi servono per individuare il caricatore che, se è diverso dal conducente, richiede un altro verbale.
Un altro chiarimento della circolare riguarda la perdita del carico in caso d’incidente stradale, perché questa situazione può avere una “particolare rilevanza”. Quindi, il ministero raccomanda agli agenti di acquisire documentazione fotografica e descrittiva dello stato della merce, “con particolare riferimento ai sistemi adottati per l’ancoraggio”, come tappetini, cinghie e catene. Per ciascuno di tali elementi bisogna indicare marca, modello, tipo e omologazione. Per i veicoli che trasportano container la circolare raccomanda di verificare l’utilizzo di perni metallici di ancoraggio al telaio del rimorchio.

Fonte: TRASPORTO EUROPA

CIRCOLARE MINISTERO INTERNO 29 OTTOBRE 2019 CONTROLLI FISSAGGIO CARICO

I recenti infortuni mortali, tra cui in particolare quello relativo ai quattro infortuni mortali che sono avvenuti nella vasca di liquami ad Arena Po, nel pavese,  hanno aumentato in questi mesi l’attenzione pubblica ed in particolare quella istituzionale sulla prevenzione degli infortuni negli ambienti sospetti di inquinamento o confinati.

In merito a questo tematica si segnala l’uscita nel Settembre 2019 delle “Linee di indirizzo per la gestione dei rischi derivanti dai lavori in ambienti confinati o a rischio di inquinamento”, di cui presentiamo a fine intervista una prima versione ufficiale (sono previsti aggiornamenti futuri), con particolare riferimento alle novità contenute, al ruolo del medico competente e al tema delle emergenze.

La linea guida fornisce un preciso e dettagliato quadro normativo, si focalizza sulle singole responsabilità dei vari destinatari della linea guida e approfondisce tematiche come la definizione di spazio confinato, analisi dei rischi, modalità di attuare la formazione, informazione ed addestramento, la gestione delle emergenze ed il ruolo della figura del Medico Competente.

In particolare si segnala la presentazione dell’APP CONFINED SPACE,  realizzata dal Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna, con il
supporto del gruppo Banca delle Soluzioni – Ambienti Confinati, grazie al cofinanziamento ottenuto da INAIL Regione Emilia Romagna, mediante Bando Regionale 2016.
Questo APP è un servizio gratuito  fornito per i datori di lavoro per stabilire se gli ambienti in cui operano i propri lavoratori possono essere considerati confinati o sospetti d’inquinamento e quindi problematici per le attività di recupero e di salvataggio in caso di incidente. CSA non vuole, quindi, essere uno strumento per la valutazione dei rischi, né vuole sostituirsi ad essa, ma rappresenta un aiuto per individuare la presenza di un ambiente confinato e le relative criticità dovute alle sue caratteristiche, in termini di Geometria, Accesso, Configurazione Interna, Atmosfera, che, secondo la classificazione OSHA, rappresentano le quattro principali categorie di confinamento.

L’app è scaricabile gratuitamente ma prevede due livelli di accesso: uno aperto e liberamente consultabile, che presenta la versione demo e un archivio di valutazioni da consultare; il secondo invece presenta le funzionalità complete con la possibilità di ottenere il risultato finale.
Per ciascuna categoria vengono sottoposte all’utente diverse domande per identificare le caratteristiche del luogo. Il risultato finale è un valore numerico, frutto di un algoritmo di calcolo basato sulle diverse risposte dell’utente, che identifica la possibilità di trovarsi o meno in presenza di ambiente confinato e/o sospetto d’inquinamento. L’applicazione informa l’utente rispetto alla presenza di confinamento per ciascuna categoria analizzata.
Per ciascuna categoria di confinamento vengono, inoltre, evidenziate le rispettive criticità e gli avvertimenti di cui tenere conto prima di entrare nell’ambiente oggetto dell’analisi, anche rispetto alla difficoltà di recupero e di salvataggio.

Si segnala inoltre in particolare l’Allegato 03 della linea guida (Flow Chart Emergenze per Spazi Confinati) e l’Allegato 05 (check list editabile del comando VVF di Pistoia in merito alla  Comunicazione preventiva ai fini dell’adempimento degli obblighi di cui all’art. 3 co. 3 DPR 177/2011 ed art. 43 c.1 lett. a) DLgs 81/2008).

Buona lettura!

Fonte: Punto Sicuro

 

 

Il progetto di ricerca denominato “Studi di fattibilità connessi all’accessibilità di Big Data” ha costituito un archivio integrato Istat-Inail di incidenti con mezzo di trasporto, che collega l’informazione incidentale con l’informazione occupazionale/assicurativa. Nell’ambito del Piano della attività di ricerca discrezionale dell’Inail per il triennio 2016 – 2018 è stato condotto un progetto di ricerca di analisi del fenomeno incidentale di origine occupazionale, con la costituzione di un gruppo di lavoro Istat – Inail finalizzato all’integrazione e alla connessione degli archivi dei due Enti, in particolare con i dati relativi agli incidenti con mezzo di trasporto, per studiarne le caratteristiche, i determinanti e orientarne le politiche di prevenzione. La presente monografia illustra i principali risultati di questa ricerca. La monografia ne illustra i principali risultati quali: le metodologie impiegate per la connessione degli archivi incidentali, l’analisi statistica integrata del fenomeno, le elaborazioni eseguite con tecniche avanzate di statistica per la individuazione dei determinanti e la classificazione del fenomeno, l’analisi del fenomeno in relazione alle caratteristiche della rete viaria, l’incidenza del traffico telefonico mobile sul rischio di incidente con mezzo di trasporto, le differenze di genere.

Estratto CONCLUSIONI della monografia:

“Esaminando le caratteristiche dei soggetti coinvolti in infortuni stradali nella base dati integrata, si è registrato che l’85% degli eventi mortali e l’87% dei non mortali a seguito
di infortunio stradale è costituito dai conducenti dei veicoli coinvolti. Tra i conducenti deceduti a seguito di infortunio stradale i più colpiti sono quelli in età compresa tra i
41 e 50 anni (30%). Nella metà dei casi non mortali il veicolo coinvolto è un’autovettura e nel 28% dei casi un motociclo o un ciclomotore. La natura dell’incidente ha rappresentato un’informazione molto importante per la determinazione della dinamica dell’incidente e l’esito dell’evento. Tra i casi mortali è più frequente lo scontro frontale (23%), la fuoriuscita (19%), l’urto con ostacoli fissi o accidentali (8%), l’investimento di pedone (5%) e l’urto con veicolo in momentanea fermata o arresto (4%). Di contro, tra gli eventi non mortali, prevalgono scontro frontale-laterale (37%), tamponamento (26%) e scontro laterale (11%). Circa la metà degli infortuni stradali avviene su un rettilineo: il 50% di quelli con esito mortale e il 45% di quelli con esito non mortale. La localizzazione degli infortuni stradali costituisce un elemento fondamentale per la determinazione dell’esito dell’evento. Il 56% dei casi denunciati si registra sulle strade urbane, il 13% sulle strade provinciali extraurbane e il 9% sulle strade provinciali entro l’abitato. Differenziazioni tra gli incidenti emergono anche per le ore del giorno con picchi in concomitanza dell’andata e ritorno dal lavoro e della pausa pranzo (che per i lavoratori part-time coincide con la fine del turno) tra le 7 e le 8, alle 13 e tra le 17 e le 18.
L’analisi per modalità di accadimento evidenzia quanto la componente degli infortuni in itinere sia importante nella casistica degli infortuni sul lavoro stradali, perché trasversalmente interessa tutte le tipologie di lavoratori. Per quanto riguarda la classe d’età, è la fascia 35 – 49 anni la maggiormente colpita. L’analisi territoriale per gli infortuni stradali riporta la ripartizione Nord al primo posto con il 65% dei casi, 49% per i mortali. Nel Sud del Paese la situazione è opposta: 19% mortali, 9% non mortali. Tale gradiente territoriale lascia spazio a notevoli interpretazioni soprattutto sul contributo della sotto-denuncia nel Mezzogiorno. Tra i settori economici rilevante è la quota del
trasporto e magazzinaggio, commercio e costruzioni nei casi di incidenti in occasione di lavoro.Le differenze di genere sono state anche affrontate in questo studio. In Italia gli infortuni sul lavoro in itinere rappresentano per le donne, la prima causa di morte. Il viaggio costituisce per le lavoratrici la parte più pericolosa della giornata lavorativa poiché, in molte professioni, il rischio è più elevato di quello degli infortuni in ambiente di lavoro. Il presente studio ha evidenziato come le prime ore della mattinata, talvolta in condizioni di scarsa visibilità e intemperie, siano condizioni a rischio per il genere femminile,con più elevate possibilità di causare uno scontro frontale o frontale-laterale in strada”.

Gli incidenti con mezzo di trasporto – Un’analisi integrata dei determinanti e dei fattori di rischio occupazionali

Fonte: INAIL

Il Codice di Prevenzione incendi DM 3/8/2015 subisce una nuova modifica per venire incontro alle necessità di aggiornamento delle vigenti disposizioni tecniche alla luce dei più aggiornati standard internazionali: con DM 18 ottobre 2019 si sostituisce integralmente l’allegato 1 del Codice di prevenzione Incendi.
Il decreto entra in vigore a 20 giorni dalla pubblicazione in gazzetta Ufficiale (avvenuto in GU Serie Generale n.256 del 31-10-2019 – Suppl. Ordinario n. 41)

Le modifiche apportate dal DM 18 ottobre 2019

Le modifiche sono relative alle seguenti sezioni:
a) Sezione G – Generalità;
b) Sezione S – Strategia antincendio;
c) Sezione V – Regole tecniche verticali, limitatamente ai seguenti capitoli:
c.1) V.1 (Aree a rischio specifico);
c.2) V.2 (Aree a rischio per atmosfere esplosive);
c.3) V.3 (Vani degli ascensori);
d) Sezione M – Metodi.

Si precisa che in caso di utilizzo dei metodi di progettazione della sicurezza antincendio di cui al paragrafo G.2.7 (Metodi di Progettazione per la sicurezza antincendio) dell’allegato 1, per la determinazione della durata dei servizi, trovano applicazione l’art. 3 (Domanda di parere di conformità sul progetto), comma 3 (la durata del servizio, al fine di determinare l’importo del corrispettivo dovuto, è ottenuta moltiplicando il numero di ore stabilito nell’allegato VI al decreto del Ministro dell’interno 4 maggio 1998, per un fattore pari a due) e l’art. 4 (Domanda di deroga), comma 2 (la durata del servizio al fine di determinare l’importo del corrispettivo dovuto, è calcolata sulla base di quella prevista per il parere di conformità del progetto – determinata a norma del precedente art. 3, comma 3 – maggiorata del 50%) del decreto del Ministro dell’interno 9 maggio 2007 (Direttive per l’attuazione dell’approccio ingegneristico alla sicurezza antincendio.).

Fonte: InSic

 

Guardando la giurisprudenza degli ultimi anni in tema di valutazione dei rischi, l’idea che se ne ricava è che vi siano alcuni “errori” di impostazione nella valutazione dei rischi e nella stesura del relativo documento che ricorrono nelle varie sentenze e sono comuni a più casi. Elenchiamo e illustriamo di seguito brevemente i principali (ovviamente sulla base di una selezione e senza pretese di esaustività, perché gli operatori della prevenzione e gli osservatori del settore ne potranno riscontrare nella pratica anche altri), prendendo come esempio – o in qualche caso solo come spunto di partenza – alcune pronunce di Cassazione.

1) Incompletezza, mancanza di specificità, incongruenza

 I DVR sono a volte incompleti e/o mancanti di specificità.Un esempio giurisprudenziale può essere tratto da una sentenza dell’anno scorso (Cass. Pen., Sez.III, 27 luglio 2017 n.37412).

Infatti “il documento per la valutazione dei rischi, presentava nel caso di specie numerose incongruenze e incompletezze (in un’impresa agricola dedita all’allevamento principalmente di ovini, ma anche di suini e bovini risultavano indicati soltanto dipendenti adibiti alla pulizia delle stalle, rispetto ai quali peraltro, non erano analizzati con completezza i relativi rischi; pure essendo analizzati i rischi per le attività di coltivazione, ossia aratura erpicatura, fertilizzazione dei terreni, falciatura e trinciatura, non era indicato alcun lavoratore addetto, sul posto era presente una voliera con pollame senza che l’attività di avicoltura fosse indicata, non erano analizzati i rischi legati all’uso di attrezzature meccaniche dell’attività di allevamento, pur presenti né risultavano indicate le mansioni specifiche dei dipendenti).”Era stata riscontrata inoltre “l’omessa indicazione del rischio biologico specifico esistente in una delle lavorazioni (in particolare correttamente evidenziando la sentenza impugnata come mentre il documento riconosceva la presenza di rischi biologici a pagina 47 non analizzava i rischi legati alla possibile presenza di agenti patogeni veicolati dagli animali, nonostante vi fossero lavoratori addetti alla mungitura e allevamento esposti a tali rischi biologici (derivanti dal contatto con gli animali). Da ciò correttamente deduceva, altresì, il tribunale, la necessità della nomina di un medico competente per la sorveglianza sanitaria, non nominato nonostante vi fosse l’esposizione al rischio biologico derivante dall’allevamento di animali”.La Cassazione ricorda così “la giurisprudenza di questa corte che ha, in numerose occasioni, chiarito come non è solo l’assenza ma la incompletezza del documento in questione a concretizzare l’ipotesi di reato, giacché, ritenendo diversamente, tale redazione assumerebbe un significato solo formale.”Dunque la Corte conferma la decisione precedente che non aveva commesso errore “nel ritenere il documento incompleto, in quanto non contenente la valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori emergenti dagli accertamenti svolti, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari (in genere le attività a contatto con gli animali, la pulizia delle stalle, le attività svolte con uso di mezzi meccanici e quelle comportanti rischi biologici come la mungitura, etc…) e, in definitiva carente nelle indicazioni relative alla scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze e dei preparati impiegati, nonché nella sistemazione dei luoghi di lavoro, è congrua e logica.”

Né aveva errato il Tribunale nel ritenere che “il documento per la valutazione dei rischi redatto dal titolare della ditta fosse a tal punto incompleto e confuso da non consentire ai lavoratori di comprenderne il contenuto e quindi inidoneo a svolgere la sua funzione di spiegare i rischi specifici del lavoro e gli strumenti disposti per evitare che si possono realizzare.”

 Riguardo alla necessità della specificità del DVR, poi, un’altra sentenza dell’anno scorso (Cass. Pen., Sez.IV, 31 gennaio 2017 n.4706) ricorda che “lo strumento della adeguata valutazione dei rischi è un documento che il datore di lavoro deve elaborare con il massimo grado di specificità, restandone egli garante: l’essenzialità di tale documento deriva con evidenza dal fatto che, senza la piena consapevolezza di tutti i rischi per la sicurezza, non è possibile una adeguata politica antinfortunistica (così, Sez.4, 13.12.2010, n.43786, Cozzini).”

 2) Mancato aggiornamento periodico del DVR e considerazione della migliore scienza e tecnica

Le sentenze più recenti insistono molto sull’obbligo di aggiornamento del DVR e fanno emergere con particolare evidenza il fatto che non sempre i DVR sono aggiornati come dovrebbero.

In Cass. Pen., Sez.IV, 31 gennaio 2017 n.4706 troviamo un buon esempio di questa frequente mancanza.

Essa descrive un caso in cui “le lesioni furono cagionate dal cattivo funzionamento del macchinario, che aveva indotto gli operai ad un lavoro più impegnativo e difficile di quello consueto: essi si dovevano occupare, infatti, anche del taglio di quelle parti di tessuto che dovevano essere tagliate dalla macchina.”

Dunque “la formazione svolta in passato e la scelta dello strumento individuale di protezione era risultata perciò insufficiente, mentre sarebbe stato necessario – come ben evidenziato dalla Corte di merito – valutare il nuovo e maggiore rischio e considerare l’utilizzo di dispositivi di protezione con caratteristiche diverse, idonee a fronteggiare il mutamento e l’aumento di difficoltà del lavoro connessi al guasto del macchinario.”

 In particolare, “per la gestione del taglio aggravato dalla macchina non funzionante occorreva invece una informazione appropriata sullo specifico rischio, doveva essere valutato se l’operazione di taglio dei pannelli (non la semplice rifilatura) potesse essere tutta affidata alla mano dell’uomo e se fossero necessari strumenti diversi dal piccolo cutter in dotazione.

 La valutazione del rischio effettuata nel 1998 non era più attuale alle contingenze del momento e doveva essere adeguata al mutamento delle condizioni di lavoro.”

 Infatti, “le misure atte a prevenire il rischio di infortuni vanno infatti individuate in ragione delle peculiarità della sede di lavoro e progressivamente adattate in ragione del mutamento delle complessive condizioni di svolgimento delle singole mansioni, secondo un concetto “dinamico” del rischio, che impone l’adeguamento degli strumenti di protezione e l’aggiornamento della formazione ed informazione del lavoratore, ogni qual volta intervenga un rischio nuovo rispetto a quello originariamente previsto.

Nel caso in esame il rischio nuovo era dovuto al guasto della macchina tagliatrice.”

Aggiungiamo poi che la recentissima Cass. IV Pen., 8 febbraio 2018 n.6121 ricorda poi che il Documento di Valutazione dei Rischi “è uno strumento duttile, che deve essere adeguato e attualizzato, in relazione ai mutamenti sopravvenuti nell’azienda che sono potenzialmente suscettibili di determinare nuove e diverse esposizioni a rischio dei lavoratori.Incombe sul datore di lavoro l’onere di provvedere, non solo ad individuare, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda, ai fini della redazione del suddetto documento, ma anche di provvedere al suo aggiornamento (così Sez. U., n.38343 del 24/04/2014, Rv.261109).”

Analogamente, una sentenza di un anno fa (Cass. IV Pen., 23 gennaio 2017 n.3313) ricordava che “il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del RSPP, ha l’obbligo giuridico di analizzare e individuare, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art.28 del D.Lgs.n.81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i DPI”.

 3) Mancata considerazione dei pericoli “notori” e della “casistica concretamente verificabile”

Una sentenza del febbraio di quest’anno (Cass. IV Pen., 8 febbraio 2018 n.6121) rappresenta un buon esempio di cosa si possa intendere per pericoli “notori”.

Un datore di lavoro di una s.p.a. era imputato per aver causato “lesioni personali alle dipendenti…, le quali, impiegate nell’attività di cottura di pasti destinati alla refezione scolastica […] mediante l’impiego di apposito macchinario a pressione (brasiera multifunzione a gas…), in seguito ad errate manovre di utilizzo della macchina, venivano investite da un imponente getto di calore proveniente dall’acqua in ebollizione, che cagionava loro ustioni in varie parti del corpo […].”

Al datore di lavoro erano stati contestati, oltre a profili di colpa generica, anche “profili di colpa specifica, individuati nella violazione dell’art.17, comma 1, lett.b), D.lgs.81/08 per non avere, l’imputato, valutato i rischi derivanti dall’impiego dei macchinari agroalimentari multifunzione per la cottura tradizionale o in pressione dei cibi.”Qui emerge molto bene il concetto di pericolo notorio che non può non essere valutato. Secondo la Cassazione, infatti, “il rischio connesso alla presenza, tra gli strumenti messi a disposizione dei lavoratori, di una macchina (brasiera multifunzione) idonea ad essere utilizzata anche per la cottura a pressione, costituendo un pericolo “notorio anche nelle ordinarie cucine dei privati”, dovesse essere opportunamente previsto e valutato.”Questo sulla base del presupposto che “il datore di lavoro ha l’obbligo di analizzare e individuare con il massimo grado di specificità, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda, avuto riguardo alla casistica concretamente verificabile in relazione alla singola lavorazione o all’ambiente di lavoro, e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi.”

 4) Mancata considerazione di ciò che si è già verificato

 Citiamo un esempio per tutti. Il caso posto qui all’attenzione ( Cass. IV Pen., 26 novembre 2015 n.47002) vede come imputato un datore di lavoro il quale “non aveva preveduto nel documento di valutazione dei rischi quelli connessi all’operazione di incordatura (con particolare riferimento ai rischi relativi al contatto con gli organi in movimento) e non aveva disposto che la zona relativa all’avvolgitore della linea CAST 1 (presente nel reparto estrusione, sulla quale era avvenuto l’infortunio) fosse dotata di dispositivo di interblocco che escludesse l’avvio accidentale dell’organo ruotante denominato “aspo” quando il cancello della predetta linea risultava aperto.”Nel grado di giudizio precedente, “dopo una preliminare descrizione dell’impianto e del contesto nel quale si è verificato l’infortunio…, è stato ritenuto prevedibile il fatto che nel turno di notte si potesse arrestare l’aspo (le cui anomalie si erano più volte verificate in passato)”.Tra l’altro, è interessante il fatto che “nella sentenza del Giudice di primo grado è stata presa in esame la possibilità che l’imputato, nella sua qualità di datore di lavoro, non fosse stato informato (prima dell’infortunio) della non regolare corsa dell’aspo, ed è stato sul punto rilevato che il problema dell’aspo che si fermava era così rilevante da indurre il caporeparto a dare ai dipendenti la disposizione di non entrare nell’impianto con l’aspo fermo; ciò non di meno il capo reparto non aveva riferito al responsabile della sicurezza per essere supportato nell’iniziativa e per avere lumi su soluzioni differenti e più definitive, anche al fine di deresponsabilizzarsi.Ed è stato conclusivamente ritenuto che l’imputato colpevolmente non aveva “dato disposizioni in merito ai dipendenti affinché lo rendessero edotto tempestivamente di inconvenienti che potevano avere ripercussioni sui suoi interventi nel campo della sicurezza.” 

5) Mancata individuazione nel DVR delle procedure per l’attuazione delle misure da realizzare e dei ruoli dell’organizzazione (art.28 comma 1 lett.d) D.Lgs.81/08)

 L’obbligo di inserire nel DVR “l’individuazione delle procedure per l’attuazione delle misure da realizzare nonché dei ruoli dell’organizzazione aziendale che vi debbono provvedere, a cui devono essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri” è stato introdotto nel 2008 dal decreto 81 ma, pur essendo tale obbligo in vigore da quasi 10 anni, risulta ancora in molti casi disatteso.Nel panorama giurisprudenziale iniziano ad essere davvero numerose le sentenze che sottolineano l’omissione di tale individuazione nel Documento di Valutazione dei Rischi aziendale. Citiamo solo qui Cass. IV Pen., 31 gennaio 2014 n.4961 che, nell’interpretare tale requisito, precisa che “sul piano testuale, il concetto di realizzazione (di “attuazione delle misure da realizzare” si legge appunto nell’art.28) reca in sé tanto il concetto di attività “creatrice”, ovvero che produce per la prima volta un determinato risultato, sia il concetto di attività di conservazione di quanto prodotto: la realizzazione è insomma anche l’attività permanente che consente il mantenimento nel tempo di quanto realizzato.”

 

Fonte: Punto Sicuro

Dal 20 ottobre 2019 Il Codice di Prevenzione Incendi (D.M.03/08/15) è diventato obbligatorio per 42 attività soggette, comprese nell’Allegato 1 del DPR 151/2011, per le quali non esiste una Regola Tecnica Verticale, mentre per le attuali RTV del Codice (uffici, autorimesse, scuole, alberghi, attività commerciali) resterà un’opzione volontaria, in alternativa alle vecchie regole tecniche prescrittive (tuttora valide).

La situazione risulta pertanto la seguente:

Questo implica che le attive senza RTV è necessario applicare il codice anche sull’esistente (a meno che non sia incompatibile). Nelle attività non soggette è possibile applicare il codice (non obbligatorio).

Questo significa che, per le attività soggette a prevenzione incendi per le quali non esiste una regola di prevenzione incendi specifica, non si può più applicare il D.M. 10/03/1998, ma dovrà applicarsi obbligatoriamente quanto richiesto dal Codice di Prevenzione Incendi (D.M. 03/08/2015).

Per la valutazione rischi rimane in vigore il  DM 10/03/1998 (in attesa della sua sostituzione il nuovo decreto che sta già girando in bozza dal Gennaio 2019).

Obbligo della verifica dell’apprendimento: la Cassazione Penale, Sez.IV, 7 n.54803/2018, afferma che “il lavoratore infortunato – assunto da poco – era addetto alla pressa solo qualche giorno prima dell’infortunio; uno stampatore, ma non aveva alcuna competenza nello specifico settore; la formazione impartitagli era stata dunque del tutto insufficiente, perché il corso generale sul funzionamento dei macchinari era durato solo quattro ore ed egli era stato avviato a lavorare da solo sul macchinario in questione dopo appena due giorni, senza una previa verifica pratica e in assenza di un vero e proprio affiancamento e di una concreta supervisione, come pure previsto dall’art.5.1 della procedura in vigore presso l’azienda.”

Nel confermare la condanna del datore di lavoro, si sottolinea che “l‘obbligo di formazione non si esaurisce nel passaggio di conoscenze teoriche e pratiche al dipendente, dovendo il soggetto obbligato verificare anche che esse siano divenute patrimonio acquisito in concreto, ciò che solo una effettiva prova pratica, sotto la supervisione di un tutor può garantire

Nell’articolo 37 del D.Lgs.81/08, richiamato dalla Cassazione in quest’ultima sentenza, è dunque rintracciabile un’applicazione al tema della formazione del principio di effettività, da decenni applicato e ribadito in via giurisprudenziale dalla Corte di Cassazione, secondo cui quella prevista dall’attuale articolo 37 stesso non può essere configurata come una “obbligazione di mezzi”, la quale – qualora in questo caso sussistesse – obbligherebbe il datore di lavoro semplicemente allo svolgimento di una certa attività (l’“erogazione” della formazione, indipendentemente dalla verifica dell’assimilazione da parte del lavoratore), bensì va inquadrata come un’obbligazione di risultato, laddove quest’ultimo è rappresentato dalla effettiva assimilazione dei concetti e dei contenuti ad opera dei destinatari della formazione.

Se ciò che viene richiesto al datore di lavoro è dunque il raggiungimento di un obiettivo concreto, legato all’apprendimento da parte del lavoratore  e quindi ad un risultato verificabile – e da verificarsi obbligatoriamente – nella pratica, lo strumento per il raggiungimento di tale risultato e quindi l’adempimento dell’obbligazione sottostante non può che essere inquadrato in termini fattuali, sostanzialistici e di reale raggiungimento dello scopo, e non certo in termini burocratici, formalistici ed astratti.

 Un breve cenno ad una interessante sentenza Cassazione Penale, Sez.IV, 1 ottobre 2013 n.40605) ce ne fornisce un ulteriore esempio, con riferimento in particolare alla formazione erogata ad un lavoratore straniero.

Nella fattispecie, il datore di lavoro di una cooperativa veniva condannato per l’inadeguatezza della “formazione fornita al lavoratore C.G. (impartita mediante due incontri di quindici minuti ciascuno)”

 Premettendo che “due soli incontri di quindici minuti ciascuno sono insufficienti tenuto conto altresì degli argomenti trattati”, la Cassazione ricorda poi che il Tribunale correttamente “ha rilevato inoltre che sarebbe stato onere del D.P. [datore di lavoro, n.d.r.] accertare se le “procedure scritte” di movimentazione consegnate ai lavoratori fossero state comprese e recepite dagli stessi e in particolare da quelli stranieri, come il C.G., e a tale questione ha dato risposta negativa”.

Infatti, come ci ricorda un’altra nota pronuncia della Corte (Cassazione Penale, Sez.IV, 10 febbraio 2005 n.13251), “in tema di sicurezza antinfortunistica, il compito del datore di lavoro è articolato, comprendendo, tra l’altro, non solo l’istruzione dei lavoratori sui rischi connessi a determinati lavori, la necessità di adottare le previste misure di sicurezza, la predisposizione di queste, ma anche il controllo continuo, congruo ed effettivo, nel sorvegliare e quindi accertare che quelle misure vengano, in concreto, osservate, non pretermesse per contraria prassi disapplicativa, e, in tale contesto, che vengano concretamente utilizzati gli strumenti adeguati, in termini di sicurezza, al lavoro da svolgere, controllando anche le modalità concrete del processo di lavorazione. Il datore di lavoro, quindi, non esaurisce il proprio compito nell’approntare i mezzi occorrenti all’attuazione delle misure di sicurezza e nel disporre che vengano usati, ma su di lui incombe anche l’obbligo di accertarsi che quelle misure vengano osservate e che quegli strumenti vengano utilizzati”.

Fonte: Punto Sicuro 

“La cultura della sicurezza di un’organizzazione non è la conoscenza e l’applicazione delle norme e delle regole vigenti o, almeno, non è solo questa.

La vera e propria cultura della sicurezza, invece, è il prodotto dei valori, degli atteggiamenti, della consapevolezza, delle abilità e dei modelli di comportamento individuali e di gruppo che determinano l’impegno nella gestione della salute e della sicurezza integrando tale prodotto nel rapporto tra l’organizzazione aziendale e gli individui che ne fanno parte.

E questa è una definizione di “Cultura della Sicurezza” che vale sia per la piccola che per la grande impresa.

Le organizzazioni aziendali, piccole o grandi che siano, che hanno una radicata e diffusa cultura della sicurezza positiva, sono caratterizzate da scambi relazionali basati sulla fiducia reciproca, su percezioni condivise dell’importanza della sicurezza e sulle garanzie circa l’efficacia delle misure preventive.

La cultura di un’organizzazione influenza, ovviamente, il sistema aziendale di gestione della sicurezza e, semplificando, possiamo definire la “Cultura della Sicurezza” è parte della cultura generale di un’azienda.

Aziende dove la cultura della sicurezza latita sono, invece, caratterizzate da:

  • violazioni diffuse delle norme e delle procedure previste per le attività routinarie e non;
  • mancato rispetto, ove esistente ma evidentemente solo sulla carta, del Sistema di Gestione Sicurezza dell’azienda;
  • gestione del management che sistematicamente assegna priorità alla produzione ed al contenimento dei costi rispetto la sicurezza.

A questo punto bisogna chiedersi quali siano gli aspetti chiave che denotano la sussistenza, nell’organizzazione, di una vera e propria Cultura della sicurezza effettiva ed efficace.In una medio-grande azienda, l’esistenza e la diffusione, a tutti i livelli, della Cultura della Sicurezza, è riconoscibile raccogliendo evidenze su alcune particolari aree. Vediamone alcune.

Politica, organizzazione e comunicazione

  • La politica è fatta propria dalle funzioni apicali e il loro impegno è visibile in tutta la catena di gestione.
  • Le attività per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro (SSL) sono considerate importanti quanto le altre aree di attività.
  • La funzione SSL ha uno status elevato e opera in modo proattivo, lavora e comunica in modo efficace.
  • Dirigenti e preposti comunicano regolarmente riguardo la SSL.
  • L’organizzazione adotta norme e procedure relative alla SSL che vanno oltre requisiti di legge.
  • I criteri di selezione dei fornitori e le attività di cooperazione e coordinamento con gli appaltatori sono periodicamente riviste.
  • Tutti i sistemi di comunicazione aziendali sono utilizzati per comunicare riguardo alla SSL.

Addestramento e formazione

  • Le attività di addestramento e formazione sono precedute dall’analisi dei bisogni formativi individuali e dell’organizzazione.
  • Le risorse assegnate alla formazione SSL sono adeguate.
  • Tutto il personale è formato sull’importanza particolare delle procedure e istruzioni riguardanti la SSL.
  • L’apprendimento, dopo i corsi di addestramento e formazione, è sistematicamente valutato.
  • L’efficacia della formazione alla SSL è monitorata anche riguardo al trasferimento effettivo al lavoro ed alle ricadute sull’organizzazione aziendale.
  • Le esigenze formative sono periodicamente rivalutate.
  • I programmi di addestramento e formazione sono rivisti anche a seguito di segnalazioni del personale o in caso infortuni e di near miss.

Gestione delle performance

  • Esiste un sistema di indicatori delle prestazioni della SSL con un programma per il miglioramento delle stesse.
  • Il management riceve regolarmente comunicazioni sull’andamento delle prestazioni riguardanti la SSL.
  • Il management effettua periodicamente un confronto con le prestazioni SSL di altre aziende del settore.
  • In caso di scostamenti rispetto gli obiettivi fissati, sono prontamente attuate le azioni correttive necessarie.
  • Il feedback è sistematico riguardo le azioni attuate anche in modo da apprendere come evitare futuri scostamenti.
  • Le prestazioni SSL sono comunicate a tutto il personale.
  • Il personale, tramite i propri rappresentanti, è sistematicamente consultato riguardo gli indicatori di prestazione, i traguardi e gli obiettivi SSL.
  • Il personale, tramite i propri rappresentanti, riceve sistematica comunicazione riguardo quanto concretamente attuato dall’azienda in merito alle proposte avanzate

Valutazione individuale

  • L’azienda ha preso in considerazione misure per gestire situazioni individuali, comprese:
  • le situazioni individuali di stress sia lavoro correlato che extra lavorativo;
  • le persone che hanno una inadeguata percezione del rischio;
  • L’azienda interviene sistematicamente sui comportamenti a rischio adottando misure per evitarne il ripetersi.
  • I focus group sono utilizzati per identificare le principali strategie di controllo del rischio.
  • Ogni individuo è addestrato e formato in modo tale da essere in grado di valutare i rischi della propria mansione.

A questo punto ci si pone la domanda: come verificare il livello di “ Cultura della Sicurezza nella propria organizzazione aziendale?

Volendo esplorare più nel dettaglio l’esistenza o meno di una Cultura della Sicurezza in un’organizzazione di medio-grandi dimensioni, è possibile utilizzare degli specifici strumenti.

Ad esempio, si potrebbero “esplorare” alcune aree tematiche magari costruendo dei questionari con domande come quelle che seguono oppure organizzando una serie di interviste individuando un campione tra il personale.

Impegno

  • A quale livello gerarchico viene percepita la sicurezza come una delle priorità della gestione aziendale (top management / Dirigenti / preposti)?
  • Come queste figure aziendali dimostrano ciò?
  • Con quale frequenza, i manager visitano i posti di lavoro?
  • I manager parlano con il personale delle attività per la SSL quando si trovano sul posto di lavoro?
  • I manager gestiscono i problemi della SSL emersi nei colloqui con il personale in modo rapido ed efficiente?
  • Quale equilibrio tra sicurezza e produzione mostrano le loro azioni?
  • I manager ispirano fiducia nella gestione della SSL?

 Comunicazione efficace

  • Esistono comunicazioni bidirezionali efficaci in materia di sicurezza?
  • Qual è la frequenza delle discussioni su questioni riguardanti la SSL?
  • Con il manager gerarchico / subordinato?
  • Con i colleghi?
  • Cosa viene comunicato al personale riguardo il programma per la SSL dell’azienda?
  • Il personale percepisce trasparenza nelle comunicazioni riguardanti la SSL?

 Partecipazione dei dipendenti

  • In che modo le persone (di tutti i livelli, in particolare il personale operativo) partecipano alle iniziative sulla SSL?
  • Con che frequenza viene chiesto ai singoli dipendenti di contribuire alla risoluzione condivisa di problemi inerenti la SSL?
  • Gli operatori segnalano situazioni e comportamenti pericolosi e con che frequenza?
  • Esiste una partecipazione attiva e strutturata del personale, ad es. workshop, progetti, ecc.?
  • Esiste un approccio permanente di miglioramento continuo per la SSL?
  • La responsabilità per la sicurezza è percepita e considerata a carico di chi?
  • Esiste una vera cooperazione in materia di sicurezza e cioè uno sforzo congiunto da parte di tutti nell’azienda?

 Formazione / Informazione

  • Il personale è consapevole di aver ricevuto tutta la formazione di cui ha bisogno in funzione delle mansioni svolte?
  • Il personale ritiene di avere una percezione adeguata dei potenziali pericoli e dei rischi nelle rispettive mansioni?
  • Come vengono identificati i bisogni formativi, individuali e dell’organizzazione?
  • Qual è l’efficacia percepita della formazione alla sicurezza?
  • Le informazioni di sicurezza sono prontamente disponibili?

 Motivazione

  • I manager forniscono feedback sulle prestazioni SSL (e come)?
  • I manager (a tutti i livelli – (top management / Dirigenti / Preposti) affrontano sempre i comportamenti pericolosi notati?
  • Come trattano questi comportamenti?
  • I dipendenti ritengono di poter segnalare liberamente comportamenti e situazioni pericolose?
  • Come vengono applicate le sanzioni disciplinari in caso di violazioni in materia di SSL?
  • Cosa pensano i dipendenti delle aspettative dei manager?
  • I dipendenti pensano che l’azienda sia un buon posto di lavoro (perché sì / perché no)?

 Rispetto delle procedure

  • A cosa servono le procedure e le istruzioni scritte?
  • Le procedure e le istruzioni sono correlate ai rischi?
  • Chi è che decide se un determinato compito verrà incluso in una procedura o istruzione scritta?
  • Le procedure e le istruzioni vengono lette?
  • Le procedure e le istruzioni sono ritenute utili?
  • Quali altre regole ci sono?
  • Ci sono troppe procedure e istruzioni?
  • Il personale è ben addestrato sulle procedure ed istruzioni da attuare?
  • L’applicazione delle procedure e delle istruzioni è controllata in modo efficace?
  • Le procedure e le istruzioni sono scritte con la piena partecipazione di chi le dovrà applicare?

 Gestione Near Miss

  • Esiste ed è applicata una politica per la gestione dei near miss?
  • L’organizzazione aziendale apprende dal processo di gestione dei near miss?
  • Il personale ritiene di poter liberamente segnalare incidenti, comportamenti o situazioni pericolose?
  • Il personale è coinvolto nel processo di analisi delle cause a seguito della segnalazione dei near miss?
  • In seguito all’analisi dei near miss ed all’individuazione delle cause, seguono azioni correttive?
  • Coloro che segnalano i near miss ricevono il feedback?

In conclusione, una cultura della sicurezza veramente efficace in un’azienda è quella caratterizzata dall’ avere i manager che esercitano una leadership efficace nell’ azione per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e, nello stesso tempo, sviluppano pratiche volte a coinvolgere direttamente il personale sia nelle varie attività di gestione che nell’applicazione puntuale delle regole e delle procedure.

Questo stile di leadership si deve concretizzare, innanzi tutto, nel riconoscimento dell’importanza della sicurezza e tutela della salute e nell’integrazione della stessa tra i valori ed i principi che guidano i comportamenti dell’azienda sostenendola costantemente da evidenze della sua applicazione nella definizione degli obiettivi di business.

Fonte: Punto Sicuro – Autore Carmelo G. Catanoso

 

A seguito dell’esercitazione operativa dello scorso giugno a Montelibretti, che ha visto coinvolti tutti i comandi VVF d’Italia, sono state emanate dalla Direzione centrale per l’emergenza le prime linee direttive finalizzate al miglioramento dell’attività di spegnimento degli incendi.

Tra gli importanti risultati conseguiti dall’esercitazione, uno dei più rilevanti riguarda l’uso dei liquidi schiumogeni. In particolare, le esercitazioni svolte hanno evidenziato la necessità che i liquidi schiumogeni proteinici e fluoro-proteinici vengano sostituiti dai nuovi liquidi schiumogeni sintetici, aventi caratteristiche di maggiore efficacia e compatibilità ambientale.

Pertanto, fermo restando l’impiego fino ad esaurimento delle attuali scorte, è stato raccomandato alle Direzioni Regionali e ai Comandi di acquisire liquidi sintetici, omologati o certificati da ente terzo, adatti per incendi di classe B (liquidi infiammabili quali benzine, gasolio, alcoli, solventi, vernici, oli minerali, grassi, eteri, ecc.) oppure di tipologia bagnante “wetting agent”, per incendi di classe A (materiali solidi la cui combustione genera braci quali legname, carboni, carta, tessuti, trucioli, pelli, gomma e derivati, ecc.).

Fonte: Corpo Nazionale Vigili del Fuoco