Da molto tempo si assiste ad un crescente interesse e richiesta di informazioni circa la sostenibilità ambientale, con uno sguardo particolarmente attento quando si parla di tipologie riutilizzo/riciclaggio di materiali utilizzati ad esempio nel packaging.

Proprio a tal riguardo, l’1 gennaio 2022 entrerà in vigore l’obbligo di etichettatura degli imballaggi.

Tale obbligo, era formalmente in vigore dal 26 settembre 2020 per poi essere successivamente sospeso dal “Decreto Milleproroghe”, entrato in vigore il 31 dicembre 2020.

Vediamo insieme di cosa si tratta.

 

RIFERIMENTI NORMATIVI

Il Decreto Legislativo 3 settembre 2020, n. 116 (che recepisce, tra l’altro, la Direttiva UE 2018/852 relativa agli imballaggi e ai rifiuti di imballaggio) ha apportato una serie di modifiche al comma 5 dell’art. 219 del D. Lgs. 152/2006 relativamente ai “criteri informatori dell’attività di gestione dei rifiuti di imballaggio”.

In particolare, la norma impone che tutti gli imballaggi siano “opportunamente etichettati secondo modalità stabilite dalle norme tecniche UNI applicabili e in conformità alle determinazioni adottate dalla Commissione dell’Unione europea, per facilitare la raccolta, il riutilizzo, il recupero e il riciclaggio degli imballaggi, nonché per fornire una corretta informazione ai consumatori sulle destinazioni finali degli imballaggi.

A ciò viene aggiunto l’obbligo, per i produttori, di indicare – ai fini dell’identificazione e della classificazione dell’imballaggio – la natura dei materiali di imballaggio utilizzati, sulla base della Decisione 97/129/CE.

Quindi, questi aggiornamenti normativi hanno introdotto, due importanti novità:

  • l’etichettatura ambientale degli imballaggi diventa obbligatoria e dovrà essere attuata sulla base di quanto disposto dalle norme UNI;
  • l’obbligo per i produttori, definiti dall’art. 218, lettera r del D. Lgs. n. 152/2006 come “i fornitori di materiali di imballaggio, i fabbricanti, i trasformatori e gli importatori di imballaggi vuoti e di materiale di imballaggio”), di indicare la natura dei materiali di imballaggio utilizzati.

CONAI ha predisposto delle Linee Guida al fine di fornire una corretta interpretazione dei nuovi obblighi normativi. Nonostante questo documento non abbia valore normativo rappresenta comunque un valido supporto per gli operatori del settore.

 

CHI SONO I SOGGETTI OBBLIGATI?

Il comma 5 dell’art. 219 individua i produttori degli imballaggi come soggetti obbligati ad assicurare che l’informazione circa la composizione dell’imballaggio sia veicolata lungo tutta la filiera: sono loro infatti i soggetti che conoscono esattamente la composizione dell’imballaggio.

Tuttavia, le sanzioni riguardano chiunque immetta sul mercato imballaggi privi di etichettatura.

Pertanto, si ritiene che i soggetti obbligati ad assicurare la corretta etichettatura ambientale siano:

  • i fornitori di materiali di imballaggio, i fabbricanti, i trasformatori e gli importatori di imballaggi vuoti e di materiali di imballaggio;
  • i commercianti, i distributori, gli addetti al riempimento, gli utenti di imballaggi e gli importatori di imballaggi pieni.

Quindi, anche i soggetti che imballano la propria merce devono assicurarsi che gli imballaggi utilizzati siano correttamente etichettati!

 

QUALI SONO LE INFORMAZIONI CHE DEVONO ESSERE RIPORTATE SULL’IMBALLAGGIO?

L’imballaggio deve indicare, ai fini della sua identificazione e classificazione, la natura del/i materiale/i utilizzato/i.

Gli imballaggi devono essere muniti dell’opportuna marcatura (apposta sull’imballaggio stesso o sull’etichetta), la quale deve essere chiaramente visibile e di facile lettura, e permanere anche all’apertura dell’imballaggio stesso. Per tale marcatura bisogna far riferimento alla Decisione 97/129/CE.

 

SANZIONI

L’articolo 261, comma 3 del D. Lgs. 152/2006 dispone che: “La violazione dei divieti di cui all’articolo 226, commi 1 e 4, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquemiladuecento euro a quarantamila euro. La stessa pena si applica a chiunque immette nel mercato interno imballaggi privi dei requisiti di cui all’articolo 219, comma 5”.

 

In allegato:

  • Decisione 97/129/CE;
  • Linee Guida CONAI.

 

Per qualsiasi informazione rimaniamo a Vostra completa disposizione.

Lo Staff Org Numeri 

 

 

 

D.L.146/2021: novità in materia di vigilanza, violazioni e provvedimenti di sospensione

 

Il D.L. 146/2021, emanato il 21/10/2021, recante “misure urgenti in materia economica e fiscale, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili” contiene disposizioni rilevanti in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro che puntano ad inasprire le sanzioni per inadempienze e rafforzano il ruolo dell’Ispettorato del Lavoro nazionale.

Il Legislatore mira a sottolineare quanto la sicurezza sul lavoro debba essere un impegno prioritario per le aziende al fine di utilizzare gli strumenti già previsti e garantire una maggiore tutela della salute e sicurezza del lavoratore e ridurre il numero di morti bianche.

Vediamo quindi nel dettaglio le principali novità introdotte dal Capo III del cosiddetto “Decreto Fiscale” che apportano diverse modifiche sostanziali al Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (d.lgs. 81/2008).

 

MODIFICHE IN MATERIA DI VIGILANZA

La prima modifica strutturale che emerge riguarda le competenze in materia di vigilanza: non saranno più solo le ASL regionali a vigilare sull’applicazione della legislazione ma il compito sarà condiviso con l’Ispettorato nazionale del lavoro.

Al fine di ottemperare al nuovo incarico e rispettare l’ampliamento delle competenze, l’Ispettorato procede con l’assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (a seguito di bando pubblico) di 1024 risorse aggiuntive per svolgere tale attività di vigilanza.

 

VIOLAZIONI E PROVVEDIMENTI DI SOSPENSIONE

La seconda modifica la al TU la troviamo nel primo comma dell’art.14 dove viene prevista la sospensione dell’attività lavorativa nel caso di lavoro irregolare o in presenza di gravi violazioni riguardo la salute e la sicurezza.

Le novità introdotte in merito alla sospensione in deroga al TU 81/2008 sono tre:

  • per sospendere l’attività il lavoro irregolare deve riguardare almeno il 10% dei lavoratori presenti sul luogo di lavoro (non più il 20%);
  • nel testo originale gli organismi di vigilanza “potevano adottare un provvedimento di sospensione” mentre nella nuova formulazione dell’articolo l’Ispettorato (o le ASL regionali) “adotta un provvedimento di sospensione”. Notiamo quindi l’assenza di ogni forma di discrezionalità da parte dell’Amministrazione;
  • il provvedimento di sospensione “deve essere adottato anche tutte le volte in cui sono accertate gravi violazioni in materia di salute e sicurezza individuate tassativamente nell’Allegato I”

 

Riportiamo ALLEGATO I

  FATTISPECIE IMPORTO SOMMA AGGIUNTIVA
1. Mancata elaborazione del documento valutazione dei rischi Euro 2.500
2. Mancata elaborazione del Piano Emergenza ed Evacuazione Euro 2.500
3. Mancata formazione e addestramento Euro 300 per ciascun lavoratore interessato
4. Mancata costituzione del servizio di prevenzione e protezione e nomina del relativo responsabile Euro 3.000
5. Mancata elaborazione piano operativo di sicurezza (POS) Euro 2.500
6. Mancata fornitura del dispositivo di protezione individuale contro le cadute dall’alto Euro 300 per ciascun lavoratore interessato
7. Mancanza di protezioni verso il vuoto Euro 3.000
8. Mancata applicazione delle armature di sostegno, fatte salve le prescrizioni desumibili dalla relazione tecnica di consistenza del terreno Euro 3.000
9. Lavori in prossimità di linee elettriche in assenza di disposizioni organizzative e procedurali idonee a proteggere i lavoratori dai conseguenti rischi Euro 3.000
10. Presenza di conduttori nudi in tensione in assenza di disposizioni organizzative e procedurali idonee a proteggere i lavoratori dai conseguenti rischi Euro 3.000
11. Mancanza di protezione contro i contatti diretti ed indiretti (impianti a terra, interruttore magnetotermico, interruttore differenziale) Euro 3.000
12. Omessa vigilanza in ordine alla rimozione o modifica dei dispositivi di sicurezza o di segnalazione o di controllo Euro 3.000

 

REVOCA DEL PROVVEDIMENTO

Il comma 9 dell’articolo 14 indica che è condizione per la revoca del provvedimento da parte dell’Amministrazione che lo ha adottato:

  1. la regolarizzazione dei lavoratori non risultanti dalle scritture (o da altra documentazione obbligatoria) anche sotto il profilo degli adempimenti in materia di salute e sicurezza;
  2. l’accertamento del ripristino delle regolari condizioni di lavoro nelle ipotesi di violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro;
  3. la rimozione delle conseguenze pericolose delle violazioni nelle ipotesi di cui all’Allegato I;
  4. nelle ipotesi di lavoro irregolare, il pagamento di una somma aggiuntiva pari a 2.500 euro fino a cinque lavoratori irregolari e pari a 5.000 euro qualora siano impiegati più di cinque lavoratori irregolari;
  5. nelle ipotesi di cui all’Allegato I, il pagamento di una somma aggiuntiva di importo pari a quanto indicato nello stesso Allegato I con riferimento a ciascuna fattispecie”.

Inoltre (comma 10) le somme aggiuntive di cui alle lettere d) ed e) “sono raddoppiate nelle ipotesi in cui, nei cinque anni precedenti alla adozione del provvedimento, la medesima impresa sia stata destinataria di un provvedimento di sospensione”.

Permane la possibilità per il datore di lavoro di ottenere, su istanza, la revoca del provvedimento mediante il pagamento immediato del 20% della somma aggiuntiva. L’importo residuo, maggiorato del 5%, è versato entro sei mesi dalla data di presentazione dell’istanza di revoca. In caso di mancato versamento o di versamento parziale dell’importo residuo entro detto termine, il provvedimento di accoglimento dell’istanza costituisce titolo esecutivo per l’importo non versato.

E’ possibile proporre ricorso amministrativo solo avverso il provvedimento di sospensione per l’impiego di lavoratori irregolari. Il ricorso è preposto dinnanzi all’Ispettorato interregionale del lavoro competente entro il termine di 30 giorni dalla sua adozione.

Il datore di lavoro che non ottempera al provvedimento di sospensione è punito con l’arresto fino a sei mesi, nelle ipotesi di sospensione per le violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, e con l’arresto da tre a sei mesi o con l’ammenda da 2.500 a 6.400 euro, nelle ipotesi di sospensione per lavoro irregolare.

 

Alcuni chiarimenti:

  • il comma 4 dell’articolo 14 sui provvedimenti per le ipotesi di lavoro irregolare non trova applicazione nel caso in cui il lavoratore risulti l’unico occupato dell’impresa;
  • l’articolo 14 non richiede più che le violazioni siano reiterate. Sarò quindi sufficiente l’accertamento di una delle violazioni di cui l’Allegato I per consentire l’adozione del provvedimento;
  • ambito di applicazione: il provvedimento di sospensione è adottato e circoscritto alla singola unità produttiva e, con particolare riferimento all’edilizia, all’attività svolta dall’impresa nel singolo cantiere. Non quindi all’intera attività;
  • quando la violazione riguarda i punti 3. e 6. dell’Allegato I, in via alternativa all’adozione del provvedimento di sospensione dell’intera unità produttiva, è possibile sospendere l’attività dei soli lavoratori rispetto ai quali il datore di lavoro abbia omesso la formazione e l’addestramento o abbia omesso di fornire i necessari DPI. Il lavoratore avrà diritto al versamento del trattamento retributivo e di versare la relativa contribuzione
  • decorrenza: il provvedimento e gli effetti sospensivi possono decorrere dalle ore dodici del giorno lavorativo successivo ovvero dalla cessazione dell’attività lavorativa in corso che non può essere interrotta salvo che non si riscontrino situazioni di pericolo imminente o di grave rischio per la salute dei lavoratori o dei terni o per la pubblica incolumità. Si evince che il provvedimento di sospensione per motivi di salute e sicurezza dovrà essere, di norma, adottato con effetto immediato.

 

Lasciamo il link per la lettura del testo integrale pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/10/21/21G00157/sg

 

Ricordando che si tratta di decreto legislativo e che in quanto tale potrà essere oggetto di modifiche in fase di conversione in legge, rimaniamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Org Numeri

 

testo leggeGreen Pass: ecco le novità introdotte con la conversione in legge del Decreto Legislativo n. 127 del 2021

 

Facciamo seguito alla news del 22 settembre : Green Pass: pubblicato il nuovo decreto legge, ecco cosa cambia e andiamo ad analizzare le principali novità introdotte a seguito della conversione in legge del decreto.

Il 20 novembre è stato pubblicata in Gazzetta Ufficiale n.277 la conversione in legge del DL. N. 127/2021; il provvedimento che reca “misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato mediante l’estensione all’ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 e il rafforzamento del sistema di screening” ha di fatto reso obbligatorio l’obbligo di esibire, su richiesta, la certificazione verde al datore di lavoro per prestare la propria attività lavorativa.

Vediamo nel dettaglio le novità introdotte in fase di conversione analizzando i seguenti punti:

  1. i lavoratori di consegnare copia della certificazione verde;
  2. controllo certificazione verde per i lavoratori somministrati;
  3. scadenza validità certificazione verde in corso di prestazione lavorativa;
  4. sostituzione dei lavoratori sospesi in aziende con meno di 15 dipendenti.

1.Consegna della certificazione verde

Una delle modifiche che sicuramente ha un maggior impatto sulla gestione aziendale dell’emergenza COVID-19 è la possibilità per i lavoratori di richiedere di consegnare al datore di lavoro la copia della propria certificazione verde COVID-19 in modo da essere esonerati dai controlli all’ingresso del proprio posto di lavoro per tutta la durata della relativa validità.

Questa possibilità apre sicuramente ad un’importante semplificazione nella gestione dei controlli Green Pass, ma allo stesso tempo spalanca la porta ad acclamate criticità ed ulteriori adempimenti per i datori di lavoro, evidenziando se non altro anche alcune problematiche relative alla privacy.

Operativamente il datore di lavoro, che intenda avvalersi della semplificazione normativa, deve:

  • informare i lavoratori della facoltà riconosciuta dalla legge di consegnare la propria certificazione verde;
  • informare i lavoratori avvisandoli che, in caso la validità del loro Green Pass cambi, devono comunicare tale cambiamento in modo tempestivo;
  • individuare, con incarico scritto e formale, i soggetti preposti a ricevere le certificazioni verdi ed a controllarne la scadenza;
  • integrare l’informativa sulla privacy dando indicazioni sui modi in cui si potrà comunicare, custodire e consultare il certificato che verrà consegnato. A tal proposito va sottolineato che il lavoratore che consegna il Green Pass può revocare l’autorizzazione a detenerlo in qualunque momento. La certificazione verde dovrà essere conservata con le stesse metodologie riservate al trattamento dei dati sensibili (come i certificati medici).

2. Controllo certificazione verde per i lavoratori somministrati

Ulteriore modifica riguarda i dipendenti con contratto di somministrazione di lavoro: essi devono essere controllati dall’azienda per cui stanno svolgendo la prestazione (utilizzatore) mentre all’ente di somministrazione spetta l’obbligo di informarli dei possibili controlli e sulle disposizioni vigenti in materia.

3. Scadenza validità certificazione verde in corso di prestazione lavorativa

Un’altra importante novità riguarda il lavoratore al quale scade la validità della certificazione verde COVID-19 in corso di prestazione lavorativa. Il nuovo articolo inserito indica che “Per i lavoratori dipendenti pubblici e privati la scadenza della validità della certificazione verde COVID-19 in corso di prestazione lavorativa non dà luogo alle sanzioni previste […] Nei casi di cui al precedente periodo la permanenza del lavoratore sul luogo di lavoro è consentita esclusivamente per il tempo necessario a portare a termine il turno di lavoro».

4. Sostituzione dei lavoratori sospesi in aziende con meno di 15 dipendenti

Per le imprese con meno di 15 dipendenti, il contratto di lavoro stipulato per la sostituzione del lavoratore sospeso [in quanto privo di certificazione verde] può essere rinnovato anche più di una volta fino al 31 dicembre 2021.

In seguito alleghiamo il testo della conversione in legge del DL. N. 127/2021.

Per qualsiasi informazioni scrivi o chiama ai nostri riferimenti:

mail: info@orgnumeri.com

tel. 0422/683199

DL 139 DEL 2021

Nel cd “decreto capienze” pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.241 del 08 ottobre 2021, viene introdotto all’art.3 la possibilità per il datore di lavoro di richiedere preventivamente il Green Pass (prima del 15 ottobre) qualora “specifiche esigenze organizzative volte a garantire l’efficace programmazione del lavoro” lo giustifichino.

In particolare, ricordando che il decreto è già entrato in vigore, il datore di lavoro, sia nel settore pubblico sia nel settore privato, può già richiedere il possesso della certificazione verde COVID-19 in modo da soddisfare le “esigenze organizzative”.

Gazzetta Ufficiale

 

LINEE GUIDA PER LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

Si riporta di seguito i chiarimenti contenuti nella bozza di decreto ministeriale in merito alle linee guida sul controllo del green pass all’interno delle pubbliche amministrazioni.

Potendo tali precisazioni essere confermate ed essere applicate anche alla sfera privata, riteniamo opportuno riportare le principali novità introdotte.

 

  1. Contenuto dell’obbligo e lavoro agile

Si ricorda che il decreto Decreto Legge n. 127 del 21 settembre 2021 aveva previsto che le disposizioni si applicano a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato nei luoghi di lavoro privati e pubblici, anche sulla base di contratti esterni. Aveva altresì previsto che tale obbligo non è applicato ai soggetti esenti dalla campagna a vaccinale e in possesso di idonea certificazione medica, rilasciata secondo i criteri definiti con circolare del Ministero della salute.

Lo schema delle Linee conferma questa posizione, escludendo solo gli utenti nel caso della PA, precisando che la certificazione in oggetto non può essere in nessun modo autocertificata ma deve essere sempre esibita.

Viene inoltre sottolineato che “non è consentito in alcun modo, in quanto elusivo del predetto obbligo, individuare i lavoratori da adibire al lavoro agile sulla base del mancato possesso di tale certificazione”.

 

  1. Modalità e soggetti preposti al controllo

Fermo restando quanto previsto dal decreto legge n. 127 del 2021 – ove viene prevista la possibilità per il datore di lavoro di incaricare altri soggetti, possibilmente dirigenti, con atto formale per il controllo del green pass – le linee guida specificano che rimane sempre onere del datore di lavoro (“dirigente apicale”) impartire le modalità attuative secondo le quali i soggetti dallo stesso delegati provvedono a effettuare materialmente le attività di controllo (siano essere all’ingresso o a campione).

Altra importante specifica introdotta riguarda le modalità del controllo a campione: queste devono essere previsto con cadenza giornaliera, in misura non inferiore al 30% di quella presente in servizio e, prioritariamente, nella fascia antimeridiana della giornata lavorativa.

Si ricorda che seppur ciascun soggetto organizza i controlli nell’ambito della propria autonomia organizzativa, rimane comunque ferma la raccomandazione di svolgere il controllo all’accesso di lavoro sempre che non determinino ritardo o code durante le procedure di ingresso (soprattutto nel caso di numero più elevato di dipendenti).

 

  1. Sanzioni

Si riconferma l’assenza ingiustificata in caso di mancata esibizione del green pass e la previsione di sanzioni amministrative nel caso di accesso al luogo di lavoro in assenza della certificazione in oggetto.

 

Per qualsiasi informazione rimaniamo a Vostra completa disposizione.

Lo Staff Org Numeri

DECRETO GSA (GESTIONE SICUREZZA ANTINCENDIO): COSA PREVEDE?

Il Decreto stabilisce i criteri per la gestione in esercizio ed in emergenza della sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro.

 

QUANDO ENTRERÀ IN VIGORE?

Il Decreto entrerà in vigore un anno dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, quindi a partire dal 4 ottobre 2022. Dalla data di entrata in vigore del decreto sono abrogati l’art. 3, comma 1, lettera f) e gli articoli 5, 6 e 7 del decreto del Ministro dell’interno 10 marzo 1998.

 

A CHI SI APPLICA IL DECRETO?

Il Decreto si applica (art.1):

  • alle attività che si svolgono nei luoghi di lavoro(art. 62 del D. Lgs. n.81/08);
  • alle attività che si svolgono nei cantieri temporanei o mobili(titolo IV del D.lgs. n.81/08) limitatamente agli art. 4,5,6.
  • alle attività a rischio di incidente rilevante(D. Lgs. del 26 giugno 2015, 105) limitatamente agli art. 4,5,6.

 

QUANDO SI ORGANIZZA IL SERVIZIO ANTINCENDIO?

I lavoratori addetti al Servizio Antincendio vengono eletti all’esito della valutazione dei rischi d’incendio e sulla base delle misure di gestione della sicurezza antincendio in esercizio ed in emergenza (incluso il piano di emergenza, laddove previsto).

 

QUALE FORMAZIONE PER GLI ADDETTI ANTINCENDIO?

Il datore di lavoro assicura la formazione degli addetti al servizio antincendio, secondo quanto previsto dall’Allegato III. Nell’Allegato IV sono elencate le attività per le quali gli addetti al servizio antincendio devono conseguire l’attestato di idoneità tecnica. Gli addetti al servizio antincendio frequentano specifici corsi di aggiornamento con cadenza almeno quinquennale, secondo quanto previsto nell’allegato III.

 

CHI PUÒ SVOLGERE I CORSI DI FORMAZIONE ANTINCENDIO?

Oltre al Corpo Nazionale di Vigili del Fuoco, i corsi di formazione possono essere svolti anche da soggetti pubblici o privati, avvalendosi di docenti in possesso dei requisiti di cui all’art. 6. I corsi possono essere svolti direttamente dal datore di lavoro oppure dai lavoratori, in possesso dei requisiti dei cui all’art. 6.
All’art. 6 sono riportati in dettaglio tutti i requisiti che devono possedere i docenti abilitati ad effettuare le docenze, distinguendo tra parte teorica e pratica.

 

DOCENTI DI CORSI ANTINCENDIO GIÀ QUALIFICATI: POSSONO ESERCITARE?

Alla data di entrata in vigore decreto, si ritengono qualificati i docenti che possiedono una documentata esperienza come formatori in materia teorica antincendio di almeno cinque anni con un minimo di quattrocento ore all’anno di docenza.

 

I docenti della sola parte pratica devono essere in possesso di almeno uno dei seguenti requisiti:

  1. documentata esperienza di almeno novanta ore come docenti in materia antincendio, in ambito pratico, svolte alla data di entrata in vigore del presente decreto;
  2. avere frequentato con esito positivo un corso di formazione di tipo C per docenti pratici erogato dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, ai sensi dell’art. 26-bis del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139, secondo le modalità definite all’allegato V;
  3. rientrare tra il personale cessato dal servizio nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco, che ha prestato servizio nel ruolo dei capi reparto e dei capi squadra per almeno dieci anni.

I docenti devono frequentare specifici corsi di aggiornamento con cadenza almeno quinquennale, secondo quanto previsto nell’allegato V.

 

CORSI PER ADDETTI ANTINCENDIO GIÀ ORGANIZZATI: COSA FARE?

I corsi per addetti antincendio già programmati con i contenuti dell’allegato IX del decreto del Ministro dell’interno di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale del 10 marzo 1998, sono considerati validi se svolti entro sei mesi dall’entrata in vigore del presente decreto.

 

QUANDO PROGRAMMARE I CORSI DI AGGIORNAMENTO PER ADDETTI ANTINCENDIO?

Il Decreto, all’art. 7 stabilisce che il primo aggiornamento degli addetti al servizio antincendio dovrà avvenire entro cinque anni dalla data di svolgimento dell’ultima attività di formazione o aggiornamento.

Se, alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono trascorsi più di cinque anni dalla data di svolgimento delle ultime attività di formazione o aggiornamento, l’obbligo di aggiornamento è ottemperato con la frequenza di un corso di aggiornamento entro dodici mesi dall’entrata in vigore del decreto stesso.

 

QUALI ARTICOLI DEL DM 10 MARZO 1998 SONO ABROGATI?

A partire dal 4 ottobre 2022 sono abrogati i seguenti articoli del DM 10 marzo 1998: Art. nn 3, 5, 6 e 7.

 

IL NUOVO TECNICO MANUTENTORE

Il provvedimento è rilevante perché inserisce una nuova figura professionale in materia di antincendio: il nuovo TECNICO MANUTENTORE QUALIFICATO. Tale figura dovrà essere in possesso dei requisiti tecnico-professionali di cui all’Allegato II al decreto stesso, che peraltro stabilisce anche le modalità di qualificazione.

Tale qualificazione verrà rilasciata dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco ed avrà valenza nazionale. Una circolare interpretativa di prossima emanazione chiarirà tutti gli aspetti rilevanti.

I soggetti, che alla data di entrata in vigore del decreto, svolgono attività di manutenzione da almeno 3 anni sono esonerati dalla frequenza del corso obbligatorio specificato nell’Allegato II e possono richiedere di essere sottoposti direttamente alla valutazione.

 

I CRITERI PER I CONTROLLI E LA MANUTENZIONE

Gli interventi di manutenzione e i controlli sugli impianti, le attrezzature e gli altri sistemi di sicurezza antincendio sono eseguiti e registrati nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, secondo la regola dell’arte, in accordo alle norme tecniche applicabili emanate dagli organismi di normazione nazionali o internazionali e delle istruzioni fornite dal fabbricante e dall’installatore, secondo i criteri indicati nell’Allegato I.

 

Il Decreto del Ministro dell’Interno 2 settembre 2021 comprende i seguenti allegati:

Allegato I – GESTIONE DELLA SICUREZZA ANTINCENDIO IN ESERCIZIO
Allegato II – GESTIONE DELLA SICUREZZA ANTINCENDIO IN EMERGENZA
Allegato III – CORSI DI FORMAZIONE E AGGIORNAMENTO ANTINCENDIO PER ADDETTI AL SERVIZIO ANTINCENDIO
Allegato IV- IDONEITÀ TECNICA DEGLI ADDETTI AL SERVIZIO ANTINCENDIO
Allegato V – CORSI DI FORMAZIONE E DI AGGIORNAMENTO DEI DOCENTI DEI CORSI ANTINCENDIO

 

FORMAZIONE ADDETTI ANTINCENDIO? VISITA IL NOSTRO SITO:
https://www.orgnumeri.com/formazione-corsi-sicurezza-sul-lavoro/

 

Il Decreto del Ministro dell’Interno 2 settembre 2021 è scaricabile qui o dalla Gazzetta Ufficiale:

 

https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2021-10-04&atto.codiceRedazionale=21A05748&elenco30giorni=true

 

Per qualsiasi informazione rimaniamo a Vostra completa disposizione.

Lo Staff Org Numeri

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il Decreto Legge n. 127 del 21 settembre 2021 che introduce le misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato e il rafforzamento del sistema di screening.
Dal 15 ottobre 2021 fino al 31 dicembre 2021, giorno in cui, salvo ulteriori prolungamenti, si concluderà lo stato di emergenza in Italia, per tutti i dipendenti, pubblici e privati, scatterà l’obbligo di possedere ed esibire, su richiesta, il certificato verde COVID-19. Importanti le novità introdotte e ampiamente anticipate dalla bozza del documento che nei giorni scorsi è tato condiviso da varie fonti.
Facciamo assieme un pò di sintesi cercando di rispondere alle principali domande che sono emerse.

 

OBBLIGO GREEN PASS – Chi è tenuto ad esibire il green pass e quali sono le esenzioni?

Le nuove disposizioni si applicano a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato nei luoghi di lavoro privati e pubblici, anche sulla base di contratti esterni.
L’obbligo di green pass non si applica invece ai soggetti esenti dalla campagna vaccinale e in possesso di idonea certificazione medica, rilasciata secondo i criteri definiti con circolare del Ministero della salute.

 

VERIFICA DEL GREEN PASS – Chi deve effettuare i controlli sugli obblighi del green pass nel mondo del lavoro?

I datori di lavoro sono tenuti a verificare il rispetto delle prescrizioni ed entro il 15 ottobre dovranno definire le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche, anche a campione, prevedendo prioritariamente, ove possibile, che tali controlli siano effettuati al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro.
I datori di lavoro possono delegare l’attività di verifica purché i soggetti incaricati siano individuati con atto formale.
La mancata verifica o la mancata adozione delle misure organizzative, previste entro il 15 ottobre 2021, comporterà, per il datore di lavoro, una sanzione amministrativa da 400 a 1.000 euro che potrà essere raddoppiata in caso di reiterata violazione.

 

VALIDITA’ – Qual è la durata delle certificazioni verdi COVID-19?

Per le persone che hanno completato il ciclo vaccinale il certificato verde è valido un anno dalla data dell’ultima somministrazione.
I guariti dal Covid otterranno il green pass subito dopo la prima somministrazione.
Per chi risulta positivo al Covid oltre il 14° giorno dalla somministrazione della prima dose di vaccino o a seguito del ciclo di vaccinale, il Green pass ha validità di un anno a decorrere dall’avvenuta guarigione.
Va anche segnalato che il decreto introduce l’obbligo per le strutture sanitarie e le farmacie convenzionate di effettuare tamponi “calmierati” fino al 31 dicembre 2021:

  • costo di 8€ per tamponi rivolti a minorenni e di 15€ per tamponi rivolti ad adulti.

Il costo del tampone sarà comunque a carico del lavoratore e non sarà l’azienda a doverne coprire il prezzo.
I lavoratori esenti dall’obbligo vaccinale potranno sottoporsi gratuitamente al tampone.

 

SANZIONI – Quali saranno le conseguenze per lavoratori privi di certificazione verde Covid-19?

I lavoratori, nel caso in cui comunichino di non essere in possesso della certificazione verde COVID-19 o ne risultino privi al momento dell’accesso al luogo di lavoro saranno considerati assenti ingiustificati fino alla presentazione della certificazione e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2021, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro.
Per i giorni di assenza ingiustificata non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominato.
Per le imprese con meno di quindici dipendenti, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, il datore di lavoro potrà sospendere il lavoratore per la durata corrispondente a quella del contratto di lavoro stipulato per la sostituzione, comunque per un periodo non superiore a dieci giorni, rinnovabili per una sola volta, e non oltre il termine del 31 dicembre 2021.
L’accesso ai luoghi di lavoro senza Green pass, comporterà per i lavoratori, oltre a quanto sopra descritto, anche una sanzione pecuniaria amministrativa da 600 a 1.500 euro, oltre ad eventuali conseguenze disciplinari.
Come per i datori di lavoro, in caso di violazioni reiterate, gli importi saranno raddoppiati.

In seguito lasciamo le fonti, e la documentazione utile, per maggiori informazioni sulla questione:

  • Decreto Legge 127/21

 

Noi di Org Numeri stiamo lavorando per mettere a disposizione delle nostre aziende Clienti la documentazione e la modulistica necessarie alle attività di verifica da effettuarsi a partire dal 15 ottobre 2021.

Per qualsiasi informazioni scrivi o chiama ai nostri riferimenti:

mail: info@orgnumeri.com
tel. 0422/683199

 

Si riporta di seguito il recente chiarimento da parte del Governo a riguardo dell’applicabilità per le mense aziendali dell’obbligo di esibire la certificazione verde Covid-19 [1]:

Per la consumazione al tavolo nelle mense aziendali o in tutti i locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti pubblici e privati è necessario esibire la certificazione verde COVID-19?

, per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde COVID-19, analogamente a quanto avviene nei ristoranti. A tal fine, i gestori dei predetti servizi sono tenuti a verificare le certificazioni verdi COVID-19 con le modalità indicate dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 17 giugno 2021. Tale indicazione va evidentemente ad aggiungersi a quanto già normalmente previsto dagli attuali protocolli anti-contagio aziendali che, seppur debbano continuare ad essere osservati, non contenendo riferimenti alla vaccinazione ed al green pass, appaiono non in linea con le misure più aggiornate di sicurezza.

 

MENSA AZIENDALE E LOCALI DI REFEZIONE [2]

La norma di base nel fare riferimento ai “servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per il consumo al tavolo, al chiuso” ha una formulazione molto ampia, per cui la FAQ chiarisce che la disposizione, che reca un riferimento generico, si applica anche ad ipotesi specifiche, tra le quali la mensa aziendale. La FAQ precisa che accanto alle mense aziendali ci sono anche i “locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti”.
Questi ambienti presentano sostanzialmente gli stessi rischi della ristorazione (compresenza di un numero di persone in un luogo chiuso e senza mascherina per un tempo significativo, aggravato dalla velocità di trasmissione della variante Delta) e maggiori rischi rispetto al luogo di lavoro (nel quale vigono il divieto di assembramento, di incontri e riunioni se non limitati nel numero e nel tempo e l’obbligo continuo di mascherina in tutti i locali). Vi è poi il rilievo formale che, contrattualmente, fa rientrare la disciplina delle mense aziendali nel contratto della ristorazione e la codifica ATECO inserisce la mensa aziendale nella stessa voce della ristorazione.

La FAQ del Governo, nell’interpretare la disposizione recata dalla lettera a) del nuovo articolo 9-bis del DL 52/2021, fa espresso riferimento ai luoghi della “mensa aziendale” e dei “locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti”. Il presupposto per l’applicazione dell’obbligo è la presenza sia di un formale, seppur ampiamente concepito, servizio di ristorazione, sia di un gestore titolato al controllo. In mancanza di tali parametri, così come nell’ipotesi di consumazione non al tavolo o non al chiuso o nella semplice presenza di un refettorio (adibito al consumo di pasti non somministrati dal datore di lavoro, né direttamente né tramite servizio di mensa), sembra mancare il presupposto per l’applicazione dell’obbligo di green pass. Tuttavia, va ricordato che il Protocollo prevede regole rigide per quanto riguarda la compresenza negli spazi comuni, imponendo comunque sempre l’uso della mascherina. Il che sembra escludere – eccezion fatta per le ipotesi in cui ricorra una situazione di “isolamento” – la possibilità di consumare pasti in compresenza ed in locali comuni.

 

LA GESTIONE DELLA PRIVACY E LA POSIZIONE DEL DATORE DI LAVORO

A livello di gestione privacy, il punto è stato affrontato sul piano normativo dal DPCM del 17 giugno 2021, che in sostanza “limita” le verifiche sul possesso del green pass alle generalità del possessore e alla autenticità e alla corrente validità del medesimo, al momento della verifica. Per queste ragioni il “sistema green passnon pone particolari problematiche sul piano della tutela della riservatezza dei dati personali. Nello specifico, la FAQ chiarisce l’obbligo di esibizione tra lavoratore dipendente e gestore della mensa, per cui il datore di lavoro resta tendenzialmente soggetto terzo, non interessato direttamente alla conoscenza del possesso di un green pass valido. Egli potrebbe venire a conoscenza del rifiuto del gestore e dedurne il motivo, che comunque resta generico (mancato possesso del green pass, green pass scaduto) e non consente di fare riferimento ai presupposti che hanno consentito il rilascio del green pass. Se il datore di lavoro è contrattualmente obbligato a mettere a disposizione dei lavoratori la mensa aziendale o, comunque, un servizio di somministrazione, l’obbligo contrattuale deve ritenersi integrato dalla previsione normativa che condiziona l’accesso alla mensa al possesso del green pass, escludendo così ogni ipotesi di inadempimento a carico dell’impresa o la nascita di obblighi alternativi. La possibilità di fruire della mensa rimane una libera scelta del lavoratore legata al possesso della certificazione.

 

VALENZA DELLA FAQ

La FAQ fornisce indicazioni circa l’interpretazione autentica e l’applicazione corretta della norma cui si riferisce. Nel caso in esame, essa assume, dunque, una valenza decisiva che si aggiunge a quanto previsto dai Protocolli aziendali, poiché precisa la portata di una misura di precauzione maggiormente tutelante, introdotta con l’art. 3 del DL 105/2021. L’aggiornamento del protocollo aziendale deve coinvolgere il gestore della mensa (a carico del quale l’ordinamento pone obblighi e sanzioni) e non può non contenere l’obbligo di esibizione e di controllo del green pass oltre che di preclusione all’accesso ai locali in caso di mancanza di tale certificazione.

 

Trattandosi di un tema ancora molto controverso sul quale al momento non disponiamo di riscontri univoci, Org Numeri resta chiaramente a disposizione.

 

[1] COVID-19: FAQ sulle misure adottate dal governo (https://www.governo.it/it/articolo/domande-frequenti-sulle-misure-adottate-dal-governo/15638#zone)

[2] CONFINDUSTRIA: Il green pass quale condizione per l’accesso alle mense aziendali (Nota di aggiornamento del 18 agosto 2021, in allegato)

 

 

In data 11 agosto 2021 il Ministero della Salute, ha aggiornato le misure di quarantena e isolamento raccomandate alla luce della circolazione delle nuove varianti SARS-CoV-2 in Italia ed in particolare della diffusione della variante Delta.

Si distinguono le misure tra:

  • soggetti abbiano completato il ciclo vaccinale da almeno 14 giorni;
  • soggetti non vaccinati o che non hanno completato il ciclo vaccinale da almeno 14 giorni.

 

SINTESI DELLE MISURE DI QUARANTENA

Per contatto a basso rischio, si intende una persona che ha avuto una o più delle seguenti esposizioni:

  • una persona che ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia) con un caso COVID-19, ad una distanza inferiore ai 2 metri e per meno di 15 minuti;
  • una persona che si è trovata in un ambiente chiuso (ad esempio aula, sala riunioni, sala d’attesa dell’ospedale) o che ha viaggiato con un caso COVID-19 per meno di 15 minuti;
  • un operatore sanitario o altra persona che fornisce assistenza diretta ad un caso COVID-19 oppure personale di laboratorio addetto alla manipolazione di campioni di un caso COVID-19, provvisto di DPI raccomandati;
  • tutti i passeggeri e l’equipaggio di un volo in cui era presente un caso COVID-19, ad eccezione dei passeggeri seduti entro due posti in qualsiasi direzione rispetto al caso COVID-19, dei compagni di viaggio e del personale addetto alla sezione dell’aereo/treno dove il caso indice era seduto che sono infatti classificati contatti ad alto rischio.

ATTENZIONE: Si raccomanda in ogni caso di prevedere l’esecuzione di un test diagnostico a fine quarantena per tutte le persone che vivono o entrano in contatto regolarmente con soggetti fragili e/o a rischio di complicanze.

 

SINTESI DELLE MISURE DI ISOLAMENTO

Per le indicazioni procedurali circa la riammissione in servizio dopo assenza per malattia COVID-19 correlata e la certificazione che il lavoratore deve produrre al datore di lavoro si rimanda alla Circolare del Ministero della Salute n. 15127 del 12/04/2021 “Indicazioni per la riammissione in servizio dei lavoratori dopo assenza per malattia Covid-19 correlata”.

In casi selezionati, qualora non sia possibile ottenere tamponi su campione oro/nasofaringei, che restano la metodica di campionamento di prima scelta, il test molecolare su campione salivare può rappresentare un’opzione alternativa per il rilevamento dell’infezione da SARS-CoV-2, tenendo in considerazione le indicazioni riportate nella Circolare n. 21675 del 14/05/2021 “Uso dei test molecolare e antigenico su saliva ad uso professionale per la diagnosi di infezione da SARS-CoV-2”.

 

Per qualsiasi informazione rimaniamo a Vostra completa disposizione.

Lo Staff Org Numeri

 

 

Il 28 agosto 2020 è entrato in vigore il DECRETO LEGISLATIVO n. 102 del 30 luglio 2020, recante sia integrazioni e correzioni al D. Lgs. n° 183 del 2017 e D. Lgs. n° 152 del 2006,  sulla limitazione delle emissioni nell’atmosfera dei medi impianti di combustione, sia disposizioni volte al riordino del quadro normativo generale attinente agli stabilimenti che producono emissioni in atmosfera.

In particolare, ricordiamo che all’articolo 271, del Testo Unico Ambientale, è stato aggiunto il comma 7-bis, in cui si stabilisce che le emissioni delle  sostanze classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340, H350, H360), sostanze PBT o vPvB e sostanze SVHC devono essere limitate il più possibile.

Se le sostanze o miscele, sopra citate, sono utilizzate nei cicli produttivi da cui originano le emissioni in installazioni in esercizio alla data di entrata in vigore del decreto (28 agosto 2020), i gestori di tali stabilimenti sono tenuti a valutare la fattibilità tecnico-economica per la sostituzione delle sostanze/miscele prese in esame.

Nel caso in cui non sia possibile la sostituzione/eliminazione, i gestori degli stabilimenti o delle installazioni in cui è previsto l’utilizzo e il convogliamento a camino:

  • delle sostanze classificate come cancerogene o tossiche per la riproduzione o mutagene (H340, H350, H360);
  • delle sostanze di tossicità e cumulabilità particolarmente elevata;
  • delle sostanze identificate come estremamente preoccupanti (SVHC) dal regolamento REACH,

sono tenuti ad inviare, entro il 28 agosto 2021, e successivamente ogni cinque anni, a decorrere dalla data di rilascio o di rinnovo dell’autorizzazione, una relazione all’Autorità competente in cui si analizza la disponibilità di alternative, se ne considerano i rischi e si esamina la fattibilità tecnica ed economica della sostituzione delle predette sostanze.

 

Il Decreto è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, link:

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/08/13/20G00120/SG

 

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Lo staff Org Numeri

 

 

A settembre 2020, a seguito dell’entrata in vigore del D. Lgs. n. 116/2020, sono state introdotte importanti modifiche al D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, cosiddetto Testo Unico dell’Ambiente (TUA). Alcune novità importanti riguardano la parte IV relativa alla gestione dei rifiuti, infatti sono state riviste le definizioni di rifiuti urbani e speciali con conseguenze sull’applicazione della Tariffa Rifiuti – TARI (L. 147/2013, commi dal 641 al 668).

In particolare, è stata eliminata la categoria dei rifiuti assimilati agli urbani (erano quei rifiuti speciali analoghi agli urbani per tipologia e quantità, ma prodotti da utenze non domestiche) con effetti significativi per le realtà produttive che generano sia rifiuti speciali che urbani.

Poiché le modifiche introdotte dal D. Lgs. 116/2020 hanno suscitato parecchi dubbi e perplessità, il MISE ha emanato una circolare esplicativa in merito (che vi alleghiamo).

Vediamo insieme cosa dice questa circolare:

  • viene meno il potere dei comuni di regolamentare l’assimilazione, per qualità e quantità, dei rifiuti speciali non pericolosi ai rifiuti urbani, operando quindi una classificazione dei rifiuti uniforme su tutto il territorio nazionale;
  • al comma 2-bis dispone che le utenze non domestiche possono scegliere se affidare i propri rifiuti urbani, al servizio pubblico di raccolta oppure ad un privato, a patto che vengano avviati a recupero (e non a smaltimento, es discarica).

Come si dimostra l’avvio al recupero?

è necessario che il produttore del rifiuto sia in possesso di un’attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l’attività di recupero dei rifiuti stessi. è probabile che in futuro sarà sufficiente il Formulario di Trasporto dei Rifiuti (FIR) come attestazione dell’avvenuto invio a recupero e della quantità e tipologia del rifiuto.

  • esclusione della corresponsione della componente tariffaria, rapportata alla quantità dei rifiuti conferiti (quota variabile), per le utenze non domestiche che producono rifiuti urbani e li conferiscono al di fuori del servizio pubblico, dimostrando di averli avviati al recupero mediante attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l’attività di recupero dei rifiuti stessi. La norma precisa che la scelta di servirsi del gestore del servizio pubblico, ovvero del ricorso al mercato, deve essere effettuata per un periodo non inferiore a cinque anni; salvo la possibilità per il gestore del servizio pubblico, dietro richiesta dell’utenza non domestica, di riprendere l’erogazione del servizio anche prima della scadenza quinquennale.

L’attestazione rilasciata dal soggetto che effettua l’attività di avvio a recupero dei rifiuti è pertanto
sufficiente ad ottenere la riduzione della quota variabile della TARI in rapporto alla quantità di detti rifiuti, a prescindere dalla quantità degli scarti prodotti nel processo di recupero.

Chiariti gli aspetti relativi alla riduzione della quota variabile della TARI per le utenze
non domestiche, proporzionalmente alle quantità dei rifiuti autonomamente avviati a recupero,
è opportuno sottolineare che per le stesse utenze rimane impregiudicato il versamento della TARI
relativa alla parte fissa, calcolato sui servizi forniti indivisibili
.

L’utenza non domestica, produttrice di rifiuti urbani, è tenuta a comunicare formalmente all’ente gestore della raccolta urbana o al Comune, la scelta di non avvalersi del servizio pubblico di raccolta. E tale comunicazione deve essere fatta entro il 31 maggio di ogni anno.

Vale la pena di precisare che la comunicazione, relativa alla scelta di affidarsi a un gestore
alternativo
a quello del servizio pubblico, deve riportare le tipologie e le quantità dei rifiuti urbani prodotti oggetto di avvio al recupero ed ha quindi valenza a partire dall’anno successivo a quello della comunicazione.

Ovviamente la norma non determina l’annullamento dei contratti di affidamento del servizio di
raccolta a soggetti privati conclusi precedentemente all’entrata in vigore del D. Lgs. n. 116 del 2020 che, pertanto, continuano ad essere validi, salvo il loro adeguamento alle condizioni specificate dalla norma stessa.

QUINDI, VEDIAMO QUALI UTENZE NON DOMESTICHE POSSONO PRODURRE RIFIUTI URBANI.

ATTIVITÀ INDUSTRIALI

Occorre ricordare che l’Allegato L-quinquies al D. Lgs. n. 116 del 2020 contiene l’elenco delle attività che producono rifiuti urbani nel quale non sono ricomprese le “Attività industriali con capannoni di produzione. Ciò potrebbe condurre alla conclusione che queste attività diano luogo solo alla produzione di rifiuti speciali.

Tuttavia, l’art. 184, comma 3, lettera c) del TUA definisce “speciali” i rifiuti delle lavorazioni industriali, se diversi dai rifiuti urbani, per cui appare evidente che:

LE ATTIVITÀ INDUSTRIALI SONO PRODUTTIVE SIA DI RIFIUTI URBANI CHE DI QUELLI SPECIALI.

Ciò comporta che:

  • le superfici dove avviene la lavorazione industriale sono escluse dall’applicazione dei prelievi sui rifiuti, compresi i magazzini di materie prime, di merci e di prodotti finiti, sia con riferimento alla quota fissa che alla quota variabile;
  • continuano, invece, ad applicarsi i prelievi sui rifiuti, sia per la quota fissa che variabile, relativamente alle superfici produttive di rifiuti urbani, come ad esempio, mense, uffici o locali funzionalmente connessi alle stesse. Limitatamente alle attività simili per loro natura e per tipologia di rifiuti prodotti a quelle indicate nell’allegato L-quinquies alla Parte IV del D. Lgs. n. 152 del 2006;
  • resta dovuta solo la quota fissa laddove l’utenza non domestica scelga di conferire i rifiuti urbani al di fuori del servizio pubblico, poiché è prevista l’esclusione della sola componente tariffaria rapportata alla quantità dei rifiuti conferiti e cioè della parte variabile.

ATTIVITÀ ARTIGIANALI

Tali considerazioni sopra riportate, si applicano anche ai rifiuti urbani prodotti da attività artigianali.

 

ATTIVITÀ AGRICOLE, AGROINDUSTRIALI E DELLA PESCA

Per quanto riguarda le attività agricole, agroindustriali e della pesca, l’articolo 184, comma 3, lettera a) del TUA classifica come speciali tutti i rifiuti derivanti da dette attività, comprese anche quelle ad esse connesse.

In tale contesto, occorre, però, considerare che l’allegato L-quinquies, della Parte quarta del TUA chiarisce che “Attività non elencate, ma ad esse simili per loro natura e per tipologia di rifiuti prodotti, si considerano comprese nel punto a cui sono analoghe”.

Tale previsione può quindi essere applicata alle attività relative alla produzione agricola che presentano le medesime caratteristiche riportate nel citato allegato.

Deve ritenersi ferma, quindi, la possibilità, in ogni caso, di concordare a titolo volontario con il servizio pubblico di raccolta modalità di adesione al servizio stesso per le tipologie di rifiuti indicati nell’allegato L-quater della citata Parte quarta del TUA.

 

POSSIBILITÀ DI FISSAZIONE DI UNA QUANTITÀ MASSIMA DI RIFIUTI URBANI CONFERIBILI AL SISTEMA PUBBLICO

Riguardo a tale punto, occorre ribadire che il D. Lgs. n. 116 del 2020 ha eliminato la competenza dei comuni in materia di regolamentazione sull’assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani, facendo venir meno, a decorrere dal 1° gennaio 2021, anche i limiti quantitativi già stabiliti dai regolamenti comunali.

È stato evidenziato che potrebbe verificarsi un aumento incontrollato delle quantità di rifiuti urbani rispetto a quelle attuali, rendendo difficile lo svolgimento del servizio; per cui è stata manifestata l’esigenza di fissare dei limiti di conferimento dei rifiuti urbani da parte delle utenze non domestiche che tengano conto della capacità di assorbimento del sistema.

In ogni caso, vale la pena di sottolineare che i comuni sono tenuti ad assicurare la gestione dei rifiuti urbani, compreso lo smaltimento in regime di privativa, ove l’utenza non domestica scelga di avvalersi del servizio pubblico.

 

Per qualsiasi informazione rimaniamo a Vostra completa disposizione.

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