“La cultura della sicurezza di un’organizzazione non è la conoscenza e l’applicazione delle norme e delle regole vigenti o, almeno, non è solo questa.

La vera e propria cultura della sicurezza, invece, è il prodotto dei valori, degli atteggiamenti, della consapevolezza, delle abilità e dei modelli di comportamento individuali e di gruppo che determinano l’impegno nella gestione della salute e della sicurezza integrando tale prodotto nel rapporto tra l’organizzazione aziendale e gli individui che ne fanno parte.

E questa è una definizione di “Cultura della Sicurezza” che vale sia per la piccola che per la grande impresa.

Le organizzazioni aziendali, piccole o grandi che siano, che hanno una radicata e diffusa cultura della sicurezza positiva, sono caratterizzate da scambi relazionali basati sulla fiducia reciproca, su percezioni condivise dell’importanza della sicurezza e sulle garanzie circa l’efficacia delle misure preventive.

La cultura di un’organizzazione influenza, ovviamente, il sistema aziendale di gestione della sicurezza e, semplificando, possiamo definire la “Cultura della Sicurezza” è parte della cultura generale di un’azienda.

Aziende dove la cultura della sicurezza latita sono, invece, caratterizzate da:

  • violazioni diffuse delle norme e delle procedure previste per le attività routinarie e non;
  • mancato rispetto, ove esistente ma evidentemente solo sulla carta, del Sistema di Gestione Sicurezza dell’azienda;
  • gestione del management che sistematicamente assegna priorità alla produzione ed al contenimento dei costi rispetto la sicurezza.

A questo punto bisogna chiedersi quali siano gli aspetti chiave che denotano la sussistenza, nell’organizzazione, di una vera e propria Cultura della sicurezza effettiva ed efficace.In una medio-grande azienda, l’esistenza e la diffusione, a tutti i livelli, della Cultura della Sicurezza, è riconoscibile raccogliendo evidenze su alcune particolari aree. Vediamone alcune.

Politica, organizzazione e comunicazione

  • La politica è fatta propria dalle funzioni apicali e il loro impegno è visibile in tutta la catena di gestione.
  • Le attività per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro (SSL) sono considerate importanti quanto le altre aree di attività.
  • La funzione SSL ha uno status elevato e opera in modo proattivo, lavora e comunica in modo efficace.
  • Dirigenti e preposti comunicano regolarmente riguardo la SSL.
  • L’organizzazione adotta norme e procedure relative alla SSL che vanno oltre requisiti di legge.
  • I criteri di selezione dei fornitori e le attività di cooperazione e coordinamento con gli appaltatori sono periodicamente riviste.
  • Tutti i sistemi di comunicazione aziendali sono utilizzati per comunicare riguardo alla SSL.

Addestramento e formazione

  • Le attività di addestramento e formazione sono precedute dall’analisi dei bisogni formativi individuali e dell’organizzazione.
  • Le risorse assegnate alla formazione SSL sono adeguate.
  • Tutto il personale è formato sull’importanza particolare delle procedure e istruzioni riguardanti la SSL.
  • L’apprendimento, dopo i corsi di addestramento e formazione, è sistematicamente valutato.
  • L’efficacia della formazione alla SSL è monitorata anche riguardo al trasferimento effettivo al lavoro ed alle ricadute sull’organizzazione aziendale.
  • Le esigenze formative sono periodicamente rivalutate.
  • I programmi di addestramento e formazione sono rivisti anche a seguito di segnalazioni del personale o in caso infortuni e di near miss.

Gestione delle performance

  • Esiste un sistema di indicatori delle prestazioni della SSL con un programma per il miglioramento delle stesse.
  • Il management riceve regolarmente comunicazioni sull’andamento delle prestazioni riguardanti la SSL.
  • Il management effettua periodicamente un confronto con le prestazioni SSL di altre aziende del settore.
  • In caso di scostamenti rispetto gli obiettivi fissati, sono prontamente attuate le azioni correttive necessarie.
  • Il feedback è sistematico riguardo le azioni attuate anche in modo da apprendere come evitare futuri scostamenti.
  • Le prestazioni SSL sono comunicate a tutto il personale.
  • Il personale, tramite i propri rappresentanti, è sistematicamente consultato riguardo gli indicatori di prestazione, i traguardi e gli obiettivi SSL.
  • Il personale, tramite i propri rappresentanti, riceve sistematica comunicazione riguardo quanto concretamente attuato dall’azienda in merito alle proposte avanzate

Valutazione individuale

  • L’azienda ha preso in considerazione misure per gestire situazioni individuali, comprese:
  • le situazioni individuali di stress sia lavoro correlato che extra lavorativo;
  • le persone che hanno una inadeguata percezione del rischio;
  • L’azienda interviene sistematicamente sui comportamenti a rischio adottando misure per evitarne il ripetersi.
  • I focus group sono utilizzati per identificare le principali strategie di controllo del rischio.
  • Ogni individuo è addestrato e formato in modo tale da essere in grado di valutare i rischi della propria mansione.

A questo punto ci si pone la domanda: come verificare il livello di “ Cultura della Sicurezza nella propria organizzazione aziendale?

Volendo esplorare più nel dettaglio l’esistenza o meno di una Cultura della Sicurezza in un’organizzazione di medio-grandi dimensioni, è possibile utilizzare degli specifici strumenti.

Ad esempio, si potrebbero “esplorare” alcune aree tematiche magari costruendo dei questionari con domande come quelle che seguono oppure organizzando una serie di interviste individuando un campione tra il personale.

Impegno

  • A quale livello gerarchico viene percepita la sicurezza come una delle priorità della gestione aziendale (top management / Dirigenti / preposti)?
  • Come queste figure aziendali dimostrano ciò?
  • Con quale frequenza, i manager visitano i posti di lavoro?
  • I manager parlano con il personale delle attività per la SSL quando si trovano sul posto di lavoro?
  • I manager gestiscono i problemi della SSL emersi nei colloqui con il personale in modo rapido ed efficiente?
  • Quale equilibrio tra sicurezza e produzione mostrano le loro azioni?
  • I manager ispirano fiducia nella gestione della SSL?

 Comunicazione efficace

  • Esistono comunicazioni bidirezionali efficaci in materia di sicurezza?
  • Qual è la frequenza delle discussioni su questioni riguardanti la SSL?
  • Con il manager gerarchico / subordinato?
  • Con i colleghi?
  • Cosa viene comunicato al personale riguardo il programma per la SSL dell’azienda?
  • Il personale percepisce trasparenza nelle comunicazioni riguardanti la SSL?

 Partecipazione dei dipendenti

  • In che modo le persone (di tutti i livelli, in particolare il personale operativo) partecipano alle iniziative sulla SSL?
  • Con che frequenza viene chiesto ai singoli dipendenti di contribuire alla risoluzione condivisa di problemi inerenti la SSL?
  • Gli operatori segnalano situazioni e comportamenti pericolosi e con che frequenza?
  • Esiste una partecipazione attiva e strutturata del personale, ad es. workshop, progetti, ecc.?
  • Esiste un approccio permanente di miglioramento continuo per la SSL?
  • La responsabilità per la sicurezza è percepita e considerata a carico di chi?
  • Esiste una vera cooperazione in materia di sicurezza e cioè uno sforzo congiunto da parte di tutti nell’azienda?

 Formazione / Informazione

  • Il personale è consapevole di aver ricevuto tutta la formazione di cui ha bisogno in funzione delle mansioni svolte?
  • Il personale ritiene di avere una percezione adeguata dei potenziali pericoli e dei rischi nelle rispettive mansioni?
  • Come vengono identificati i bisogni formativi, individuali e dell’organizzazione?
  • Qual è l’efficacia percepita della formazione alla sicurezza?
  • Le informazioni di sicurezza sono prontamente disponibili?

 Motivazione

  • I manager forniscono feedback sulle prestazioni SSL (e come)?
  • I manager (a tutti i livelli – (top management / Dirigenti / Preposti) affrontano sempre i comportamenti pericolosi notati?
  • Come trattano questi comportamenti?
  • I dipendenti ritengono di poter segnalare liberamente comportamenti e situazioni pericolose?
  • Come vengono applicate le sanzioni disciplinari in caso di violazioni in materia di SSL?
  • Cosa pensano i dipendenti delle aspettative dei manager?
  • I dipendenti pensano che l’azienda sia un buon posto di lavoro (perché sì / perché no)?

 Rispetto delle procedure

  • A cosa servono le procedure e le istruzioni scritte?
  • Le procedure e le istruzioni sono correlate ai rischi?
  • Chi è che decide se un determinato compito verrà incluso in una procedura o istruzione scritta?
  • Le procedure e le istruzioni vengono lette?
  • Le procedure e le istruzioni sono ritenute utili?
  • Quali altre regole ci sono?
  • Ci sono troppe procedure e istruzioni?
  • Il personale è ben addestrato sulle procedure ed istruzioni da attuare?
  • L’applicazione delle procedure e delle istruzioni è controllata in modo efficace?
  • Le procedure e le istruzioni sono scritte con la piena partecipazione di chi le dovrà applicare?

 Gestione Near Miss

  • Esiste ed è applicata una politica per la gestione dei near miss?
  • L’organizzazione aziendale apprende dal processo di gestione dei near miss?
  • Il personale ritiene di poter liberamente segnalare incidenti, comportamenti o situazioni pericolose?
  • Il personale è coinvolto nel processo di analisi delle cause a seguito della segnalazione dei near miss?
  • In seguito all’analisi dei near miss ed all’individuazione delle cause, seguono azioni correttive?
  • Coloro che segnalano i near miss ricevono il feedback?

In conclusione, una cultura della sicurezza veramente efficace in un’azienda è quella caratterizzata dall’ avere i manager che esercitano una leadership efficace nell’ azione per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e, nello stesso tempo, sviluppano pratiche volte a coinvolgere direttamente il personale sia nelle varie attività di gestione che nell’applicazione puntuale delle regole e delle procedure.

Questo stile di leadership si deve concretizzare, innanzi tutto, nel riconoscimento dell’importanza della sicurezza e tutela della salute e nell’integrazione della stessa tra i valori ed i principi che guidano i comportamenti dell’azienda sostenendola costantemente da evidenze della sua applicazione nella definizione degli obiettivi di business.

Fonte: Punto Sicuro – Autore Carmelo G. Catanoso

 

A seguito dell’esercitazione operativa dello scorso giugno a Montelibretti, che ha visto coinvolti tutti i comandi VVF d’Italia, sono state emanate dalla Direzione centrale per l’emergenza le prime linee direttive finalizzate al miglioramento dell’attività di spegnimento degli incendi.

Tra gli importanti risultati conseguiti dall’esercitazione, uno dei più rilevanti riguarda l’uso dei liquidi schiumogeni. In particolare, le esercitazioni svolte hanno evidenziato la necessità che i liquidi schiumogeni proteinici e fluoro-proteinici vengano sostituiti dai nuovi liquidi schiumogeni sintetici, aventi caratteristiche di maggiore efficacia e compatibilità ambientale.

Pertanto, fermo restando l’impiego fino ad esaurimento delle attuali scorte, è stato raccomandato alle Direzioni Regionali e ai Comandi di acquisire liquidi sintetici, omologati o certificati da ente terzo, adatti per incendi di classe B (liquidi infiammabili quali benzine, gasolio, alcoli, solventi, vernici, oli minerali, grassi, eteri, ecc.) oppure di tipologia bagnante “wetting agent”, per incendi di classe A (materiali solidi la cui combustione genera braci quali legname, carboni, carta, tessuti, trucioli, pelli, gomma e derivati, ecc.).

Fonte: Corpo Nazionale Vigili del Fuoco 

Quando l’infortunio dell’alunno è dovuto a una carenza dell’edificio, anche il Preside è responsabile penalmente. Sul dirigente scolastico, infatti, grava l’obbligo di vigilare sulla messa in sicurezza della struttura. E sul responsabile del Servizio Prevenzione e protezione grava la responsabilità di individuare il rischio, valutarlo e segnalare al dirigente scolastico i possibili interventi preventivi e protettivi su una struttura pericolosa e non a norma con le leggi sulla sicurezza degli edifici scolastici.

La Suprema Corte con la sentenza n. 37766/2019 ha confermato la condanna di una dirigente scolastica e dell’ingegnere responsabile esterno del servizio di prevenzione e protezione dell’istituto, imputati per lesioni colpose gravi con violazione della disciplina antinfortunistica. Il giovane, inciampando, era caduto su un lucernario precipitando per oltre 7 metri e riportando ferite gravi. Il solaio-lucernario era accessibile attraverso una porta finestra solitamente chiusa con un piccolo lucchetto, ma che talvolta veniva aperta, come accadde quella mattina, a causa del gran caldo. Per i giudici la preside “avrebbe potuto e, soprattutto, dovuto segnalare alla Provincia le problematiche dell’istituto alla stessa affidato” – come “l’insicurezza del solaio in questione”, cosa che invece non avvenne. Gli accertamenti compiuti nel corso del dibattimento hanno appurato che “le richieste, pur in effetti inoltrate all’ente territoriale e ad altri soggetti pubblici, non contenevano però alcuna menzione della problematica in questione”. Secondo la Corte si preferì una “soluzione artigianale” insufficiente però a eliminare il pericolo.

La sentenza richiama il principio secondo il quale  “il responsabile del servizio di prevenzione e protezione qualora, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, così, il datore di lavoro ad omettere l’adozione di una doverosa misura prevenzionale, risponderà insieme a questi dell’evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile un titolo di colpa professionale che può assumere anche un carattere addirittura esclusivo” (Sezione 4, 15 luglio 2010, Scagliarini).

Questo implica che , l’omissione colposa al potere-dovere di segnalazione in capo al RSPP, impedendo l’attivazione da parte dei soggetti muniti delle necessarie possibilità di intervento, finirebbe con il costituire (con)causa dell’evento dannoso verificatosi in ragione della mancata rimozione della condizione di rischio: con la conseguenza, quindi, che, qualora il RSPP, agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo, così, il datore di lavoro ad omettere l’adozione di una doverosa misura prevenzionale, ben potrebbe rectius, dovrebbe essere chiamato a rispondere insieme a questi in virtù del combinato disposto dell’art. 113 c.p., e art. 41 c.p., comma 1 dell’evento dannoso derivatone.

Un secondo aspetto interessante della sentenza è il rigetto dell’inapplicabilità della normativa antinfortunistica alla parte offesa in quanto non compresa tra i soggetti dalla stessa tutelati (Cassazione Penale, Sez. 4, 11 marzo 2013, n. 11492), in quanto l’infortunato è uno studente e non un lavoratore.

La corte ribadisce che “in tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, le norme antinfortunistiche non sono dettate soltanto per la tutela dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma sono dettate anche a tutela dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro, indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell’impresa”. Pertanto sussiste la violazione e l’evento dannoso un legame causale anche nel caso di figure terze a meno che la presenza di tale soggetto passivo non sia estraneo all’attività ed all’ambiente di lavoro e nel luogo e nel momento dell’infortunio non rivesta carattere di anormalità, atipicità ed eccezionalità tali da fare ritenere interrotto il nesso eziologico tra l’evento e la condotta inosservante ( v. da ultimo in tal senso Sez. 4, 17 aprile 2012, De Lucchi, rv. 253322).

Fonte: Punto Sicuro – Rolando Dubini

Roma, 16 settembre 2019 – Continua senza sosta, anche nel corso dell’estate, l’azione di prevenzione e contrasto dei Carabinieri del Comando Tutela Ambientale per arginare il fenomeno dello stoccaggio illecito di rifiuti in aree abusive o dismesse.

A Conegliano Veneto (TV), dove al termine di una mirata attività d’indagine coordinata dalla locale Procura della Repubblica, i Carabinieri del N.O.E. di Treviso, in collaborazione con i militari della locale Compagnia, hanno controllato un capannone sito in zona industriale, privo di ogni autorizzazione ambientale, rinvenendo oltre 330 balle di rifiuti speciali non pericolosi, in gran parte scarti di lavorazione tessile, pari a circa 150 tonnellate, per un valore complessivo che si aggira attorno ai 30 mila euro, oltre a numerosi R.A.E.E ed altre tipologie di rifiuti.I successivi accertamenti dei Carabinieri hanno permesso poi di risalire sia al legale rappresentante della società immobiliare proprietaria del capannone che dietro compenso avrebbe consentito l’utilizzo dell’immobile che al locatario del capannone e all’amministratore unico della ditta produttrice dei rifiuti. Inoltre gli accertamenti hanno permesso di individuare il soggetto che, pur non essendo titolare di un’impresa in grado di utilizzare il materiale, avrebbe acquistato i rifiuti per ricavarne utile da una futura compra-vendita. Tutti gli indiziati, residenti in provincia di Treviso, sono stati deferiti all’ A.G. per concorso nel reato di gestione illecita di rifiuti ed è stato loro imposto dai militari del NOE di provvedere, entro le prossime settimane, a rimuovere i rifiuti ed inviarli a recupero presso impianti autorizzati.

Fonte Ministero dell’ambiente

 

 

Una problematica troppo spesso sottovalutata

 

Presenti negli ambienti più diversi i biofilm sono aggregati di microrganismi che formano sottili pellicole aderenti ad una superficie inerte o vivente.

Il biofilm può essere paragonato ad una sorta di comunità di batteri capaci di comunicare tra di loro e di concentrare i propri sforzi verso l’insediamento, la proliferazione sulla superficie colonizzata e la protezione dalle minacce esterne.

Questo fenomeno comincia con un residuo di materia organica o inorganica presente su una superficie che visivamente può anche risultare “pulita”, ma che di fatto non lo è.

Questo strato comincia poi con l’andare del tempo (si parla anche di poche ore) a inglobare materiale vario, cibo, altri batteri e quindi matura grazie anche al di ruolo attivo dei batteri che si “collegano” gli uni agli altri e trattengono le particelle sfruttando le strutture naturali che di cui sono dotati (pili, flagelli, fimbrie). Per esempio un batterio molto conosciuto nel settore alimentare, Lysteria, si attacca alle superfici attraverso strutture filamentose presenti sulla sua superficie.

Un biofilm libero di maturare ed insediarsi sulla superficie di lavoro in breve tempo risulterà indissolubilmente legato alla superficie stessa e sarà a quel punto capace di sostenere le forme batteriche al suo interno anche in presenza di condizioni avverse alla crescita, rendendo le pulizie ordinarie del tutto inefficaci.

L’adesione può peraltro avvenire su quasi qualsiasi materiale (soprattutto se segnato o rovinato) dall’acciaio inossidabile alle materie plastiche.

Ovviamente sono a maggior rischio tutte quelle aree dei nostri ambienti che sono più difficili da raggiungere e quindi da pulire (guarnizioni, filtri, giunzioni, tubature, sifoni ecc.)

Il problema del biofilm non è però solamente quello di lavorare in ambienti igienicamente inadeguati alla produzione alimentare. Può capitare infatti che frammenti di biofilm si stacchino dalla struttura principale e vengono disseminati nell’ambiente, attraverso un flusso d’acqua o attraverso il contatto con superfici di attrezzi , utensili, pelle di chi lavora. Si parla in questo caso di contaminazione crociata: i batteri possono finire sui cibi contaminandoli, rappresentando quindi anche un rischio sanitario, ed alterando la vita media del prodotto che risulterà ridotta di molto.

Altra conseguenza è che questa presenza costante di materiale organico misto a batteri sulle superfici ne altera a lungo andare la struttura determinando anche fenomeni di corrosione e deterioramento di utensili e attrezzature, costo anche questo da non sottovalutare e che in sede di ispezione può anche tramutarsi in sanzione per mancata gestione delle manutenzioni.

UN BEL PROBLEMA MA COME ME NE ACCORGO?

Spesso il fenomeno, soprattutto nelle sue prime fasi, non è sempre facile da percepire in particolare a casa o in piccole attività, tuttavia vi sono diversi indizi che possono far sospettare che è in atto:

  1. segnali visivi che sono indicativi, come ad esempio quella presenza di riflessi arcobaleno sull’acciaio inossidabile di una superficie dovuta a permanenza di unto e umidità;
  2. segnali tattili quali la sensazione viscida al tocco trasmessa da materiali che appaiono puliti visivamente parlando;
  3. odori inconsueti emanati da una superficie non rappresentano necessariamente una indicazione precisa di presenza di biofilm ma sono segnali di allarme sulla scarsa qualità delle pulizie effettuate, condizione predisponente alla colonizzazione di una superficie.

Per chi invece gestisce la sicurezza dei suoi alimenti in maniera maggiormente analitica (ad esempio tutte quelle attività dove vengono fatte analisi microbiologiche periodiche su superfici, attrezzature e prodotti) un indizio della presenza di biofilm può essere data da un picco periodico di carica batterica sulle superfici di lavorovariazioni non facilmente spiegabili della shelf-life dei prodotti, o analisi che dimostrano alte cariche batteriche sui prodotti finiti.

Anche l’utilizzo, dove opportuno per la rigorosità delle procedure di controllo, di test rapidi di verifica della sanificazione, quali quelli che registrano la presenza di residui organici, ATP o quelli basati su bioluminescenza, può fornire elementi utili di riflessione in merito alla sua presenza in azienda.

COSA STO SBAGLIANDO E COME RIMEDIO?

Alcune condizioni di lavorazione degli alimenti, alcune modalità di produzione e alcune negligenze possono favorire negli ambienti la comparsa di biofilm:

  1. turni intensi di produzione con tempi non adeguati o estremamente ridotti per le sanificazioni che vengono quindi effettuate poco e male;
  2. mancanza di piani di sanificazione conformi a quanto richiesto dalle procedure di autocontrollo (in termini soprattutto di modalità e frequenze);
  3. prolungato contatto dei cibi con le superfici, ad esempio in macchinari per quanto riguarda la produzione industriale oppure per scarsa organizzazione del lavoro nelle attività artigianali;
  4. attrezzature e utensili igienicamente non adatti e senza adeguata manutenzione/sanificazione.

Diventa quindi fondamentale prevenire la formazione del biofilm attraverso una gestione accurata e scrupolosa delle operazioni di sanificazione, rispettando in primis alcune semplici regole:

  • pulitura a secco per allontanare il materiale particellare e i residui solidi più voluminosi dalle superfici di lavoro (aspirazione, spazzatura, spolveratura, spazzolatura, ecc.)
  • risciacquo con acqua potabile calda che serve ad ammorbidire lo sporco. La temperatura dovrebbe essere intorno ai 50 °C cioè tale da permettere l’attacco delle particelle di grasso ma al tempo stesso inferiore ai 60 gradi perchè potrebbe determinare la “cottura” dei residui organici e il consolidamento di quelli minerali con adesione maggiore alla superficie ed effetto di protezione aggiuntivo del biofilm;
  • detersione: da effettuarsi con i detergenti appropriati in relazione alla superficie da pulire (neutri, acidi o alcalini) e le caratteristiche del materiale. In questa fase anche l’azione meccanica effettuata con attrezzature adatte è un elemento importante nella rimozione del biofilm;
  • risciacquo del detergente: tale da eliminare i residui di sostanza chimica che potrebbero interferire con la fase successiva;
  • disinfezione: la corretta pratica dovrebbe ridurre qualsiasi eventuale batterio ancora presente sulla superficie a livelli trascurabili. Il disinfettante va sempre utilizzato su superfici già pulite, per i tempi minimi e alle concentrazioni indicate dal produttore.
  • verifica della sanificazione: si tratta di una fase spesso ignorata, ma che periodicamente andrebbe sempre condotta attraverso l’utilizzo di test usa e getta in grado di individuare il grado di pulizia di una superficie.

Fonte Alimenti e Haccp: https://www.alimentiehaccp.com/2018/02/24/avete-mai-sentito-parlare-di-biofilm/

È disponibile sul portale dell’Istituto il modello OT23, che sostituisce il precedente OT24 ed è utilizzabile dalle aziende fino al 29 febbraio 2020. Tra le novità, gli interventi migliorativi per il reinserimento lavorativo degli infortunati da lavoro e l’inclusione dell’adozione delle prassi di riferimento, validate nel 2018, per imprese del settore edilizio e per le micro e piccole imprese artigiane

 

È stato pubblicato il primo agosto scorso sul sito dell’Inail il nuovo modello OT23, utile per le istanze di riduzione del tasso medio di tariffa per prevenzione, consultabile e scaricabile insieme alla guida per la sua corretta compilazione. Il nuovo modello sostituisce il precedente, comunemente conosciuto come OT24, che aveva la sua fonte normativa nell’art.24 del decreto ministeriale 12 dicembre 2000.

La richiesta va presentata non oltre il 29 febbraio 2020. La materia è ora regolata dall’art. 23 delle Modalità di applicazione delle Tariffe dei premi approvate con decreto interministeriale 27 febbraio 2019, che indica così la nuova denominazione del modulo. Come per il precedente, anche il modello OT23 riguarda lo sconto dei premi assicurativi per interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, adottati dalle imprese assicurate nel 2019, in aggiunta a quelli previsti dalla normativa vigente in materia. La domanda di riduzione può essere richiesta a prescindere dall’anzianità dell’attività lavorativa e va inoltrata telematicamente entro il 29 febbraio 2020.

Quali sono gli interventi migliorativi. Nel modulo di domanda l’Inail indica e predefinisce le azioni e i miglioramenti considerati validi per ottenere il beneficio richiesto. Gli interventi sono articolati in 5 sezioni e sono distinti in: interventi di carattere generale (A), di carattere generale ispirati alla responsabilità sociale (B), trasversali (C), settoriali generali (D) e settoriali (E).

Dalla segnalazione dei quasi infortuni al Premio “Imprese per la Sicurezza”, una breve selezione degli interventi. Scorrendo attraverso le sezioni del modulo, tra i molti esempi di interventi ritenuti meritevoli per la richiesta di riduzione sono riportati l’adozione o il mantenimento di sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro idoneamente certificati, le asseverazioni rilasciate da organismi paritetici, la segnalazione di quasi infortuni o di mancati incidenti sul lavoro, le iniziative di formazione adottate, le agevolazioni sociali concesse ai lavoratori, le convenzioni stipulate con le Asl per le campagne contro il fumo, l’abuso di alcool e di sostanze stupefacenti, e di adozione di corretti stili di alimentazione. Anche la partecipazione al premio “Imprese per la sicurezza”, promosso e organizzato annualmente da Inail e Confindustria in collaborazione con Apqi e Accredia, rientra tra gli esempi positivi citati nel modulo.

Tra le novità anche le misure migliorative per il reinserimento degli infortunati da lavoro. All’interno del nuovo modello OT23 sono da segnalare l’introduzione di alcuni nuovi interventi di miglioramento come quelli previsti nella sezione C. Si riferiscono al reinserimento lavorativo di dipendenti affetti da disabilità da lavoro, alle modalità del servizio di trasporto da casa al lavoro per i lavoratori in orario notturno, e alla realizzazione di interventi per contrastare il verificarsi di rapine.

Nuova anche l’adozione delle prassi di riferimento Rsi per edilizia e artigianato. Altra novità del modello OT23 è l’inclusione, tra gli interventi di carattere generale ispirati alla responsabilità sociale delle imprese (Rsi) nella sezione B, delle prassi di riferimento Uni/PdR 49:2018 (costruzioni) e Uni/PdR 51:2018 (micro e piccole imprese). La prima, pubblicata il 5 novembre 2018 a cura di Ance Lombardia e Uni (Ente italiano di normazione), fornisce delle linee guida utili all’applicazione pratica della Rsi nell’ambito del settore edile.

Uno strumento di autovalutazione per piccole e medie aziende. Nella seconda prassi, resa pubblica il 27 novembre 2018 da Confartigianato Imprese Lombardia e Uni, sono esposte le linee guida valide per essere applicate nell’ambito delle micro e piccole imprese e delle imprese artigiane, ovvero a valore artigiano; la stessa prassi offre inoltre una serie di indicatori a supporto dell’autovalutazione delle imprese rispetto alle dimensioni dell’ambiente, della governance e del sociale.

Le due prassi nel solco del modello generale Rsi della guidance Uni Iso 26000. Entrambe le prassi seguono il modello di responsabilità sociale promosso dalla Uni Iso 26000, guidance sulla responsabilità sociale delle organizzazioni pubblicata dall’Iso nel 2010, e ad oggi unico standard in materia di Rsi valido a livello internazionale.

Come si assegna il punteggio. A ogni intervento realizzato viene assegnato un punteggio. Per poter accedere alla riduzione del tasso occorre averne compiuti in numero tale che la somma dei rispettivi punteggi sia pari almeno a 100. Generalmente, per raggiungere i 100 punti richiesti è possibile selezionare interventi di qualunque sezione del modulo, ad eccezione di quelli riferiti alla responsabilità sociale delle imprese, nella cui sezione specifica (B) la soglia del punteggio massimo deve essere raggiunta senza ulteriori cumuli.

Gli allegati da presentare. La documentazione certificante l’avvenuto intervento deve essere presentata insieme alla domanda. I documenti devono riportare la data e la firma del datore di lavoro, ma, a seconda degli interventi, anche di altri soggetti idonei. Per quanto attiene alle azioni riguardanti l’implementazione oppure l’adozione di “procedure”, oltre a data e firma sono necessarie anche l’esplicitazione dei contenuti e delle evidenze documentali di attuazione riferite all’anno 2019.

 

Fonte INAIL: https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-nuovo-modello-ot23.html&tipo=news

 

 

 

 

Industria 4.0 e robot: quali sono i rischi per la sicurezza?

Bruxelles, 21 Mar – In questi anni l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro ( EU-OSHA) ha realizzato non solo campagne sui rischi emergenti, come quella che sarà lanciata in aprile sull’ invecchiamento della forza lavoro, ma ha mantenuto alta l’attenzione sui cosiddetti “rischi futuri”, cioè sui rischi correlati allo sviluppo di nuove modalità lavorative o comunque di modalità lavorative ancora scarsamente analizzate riguardo ai rischi lavorativi.

In questo senso l’obiettivo del Discussion Paper dell’EU-OSHA dal titolo “The future of work: robotics”,  pubblicato nello scorso mese di novembre, ha proprio la funzione di focalizzare l’attenzione sull’uso attuale dei robot e delle “macchine intelligenti” e di mettere in luce le implicazioni in materia di tutela della sicurezza e salute.
Un tema interessante perché, se l’uso di macchine e della robotica nel mondo del lavoro non è una novità, in questi decenni c’è stata una evidente evoluzione: i robot inizialmente costruiti per svolgere compiti semplici, ora con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possono anche ‘pensare’…
E non bisogna dimenticare che anche nei luoghi di lavoro in cui si utilizzano robot possono avvenire incidenti gravi e mortali, anche se più frequentemente per errori umani, come avvenuto, ad esempio, in India con una lavoratore trafitto da uno dei robot di saldatura o in Germania con un robot che ha spinto un operatore contro una lastra di metallo.
Il documento, che è la sintesi di un documento più lungo commissionato dall’Agenzia Europea, segnala che se già in passato è successo che qualcuno vedesse nelle macchine un opportunità ma una minaccia, questo potrebbe accadere ancora in relazione alla diffusione delle nuove macchine intelligenti. Nel futuro che ci aspetta, come indica il documento EU-OSHA – “i robot diventeranno assistenti umani e, nel lungo periodo, collaboratori”. Anche perché oltre agli “industrial robot”, con l’ evoluzione della robotica ora abbiamo anche i “service robot” che sono progettati per supportare gli esseri umani.
Robot che sono suddivisibili in tre classi:
  • classe 1: robot che sostituiscono esseri umani, ad esempio sul posto di lavoro in ambienti pericolosi o per operazioni ripetitive;
  • classe 2: robot che operano a stretto contatto con gli esseri umani per aumentare il comfort. Ad esempio possono favorire l’intrattenimento e l’assistenza agli anziani. Sono robot che possono lavorare assieme agli umani;
  • classe 3: robot che operano sugli esseri umani. Ad esempio robot medici per la diagnosi, la chirurgia, il trattamento e la riabilitazione.
Rimandando ad una lettura integrale del documento, che affronta anche il tema dell’intelligenza artificiale (AI), dell’estensione della robotica e dell’impatto sul mondo del lavoro, ci soffermiamo ora sulle implicazione della robotica in materia di sicurezza e salute.
Se la diffusione della robotica permetterà di mantenere alti livelli di produzione industriale in paesi con elevati costi di manodopera o di eseguire attività che non possono essere eseguite da esseri umani, in materia di sicurezza questa evoluzione presenta sia opportunità che sfide.
Evidentemente i maggiori benefici in materia di SSL, derivanti da un più ampio uso della robotica, consisteranno nella sostituzione dei lavoratori che operano in ambienti insalubri o pericolosi. Ad esempio si potranno utilizzare robot nelle attività spaziali, nella difesa, nella sicurezza o nell’industria nucleare, ma i robot si prestano a sostituire gli umani anche in altre attività pericolose “evitando così l’esposizione dei lavoratori ad agenti e condizioni di pericolo” e riducendo i “rischi fisici, ergonomici e psicosociali”.
Se oggi i robot “sono già utilizzati per eseguire operazioni ripetitive e monotone, per gestire materiale radioattivo o lavorare in atmosfere esplosive”, in futuro potrebbero essere utilizzati anche in molti altri comparti lavorativi.
Ci sono tuttavia, ad oggi, “alcune competenze per le quali gli esseri umani continueranno ad essere più adatti” e la questione che si pone è come “raggiungere la migliore combinazione di capacità di uomini e robot”.
Alcuni paesi europei includono la robotica nei loro programmi nazionali e cercano di promuovere una buona collaborazione tra robot e operatori per ottenere una migliore produttività. E si segnala che la robotica svolge oggi un ruolo importante nelle innovazioni per la salute umana ed strettamente associata con gli sviluppi delle protesi e delle tecnologie di potenziamento umano, tecnologie che non solo affrontano la disabilità, ma che possono migliorare le capacità degli individui sani.
Riportiamo alcune riflessioni sulle conseguenze in ambito SSL dello sviluppo della robotica:
  •  la stragrande maggioranza delle persone non ha alcuna esperienza di interazione con i robot, anche se le cose cambieranno con l’inevitabile aumento delle interazioni uomo-macchina;
  • non sono ancora noti gli effetti della robotica sulla motivazione e benessere dei lavoratori e dei dirigenti. I fattori psicosociali legati alla robotica richiederanno una grande attenzione;
  •  non è possibile ad oggi fornire linee guida uniformi sulla sicurezza e gestione del rischio. In alcune applicazioni della robotica i problemi di sicurezza e di sicurezza sono stati gestiti correttamente, ma ci sono anche applicazioni che possono essere meno sicure;
  • è necessario analizzare e identificare le attività a rischio correlate alla robotica, in particolare modo in alcuni comparti lavorativi;
  • in relazione all’evoluzione recente della “service robotics”  alcune questioni di responsabilità giuridica in caso di incidenti in un’area pubblica non sono ancora chiare. Devono essere intraprese analisi legislative in materia;
Per migliorare la sicurezza nell’evoluzione della “autonomous industrial robotics” e della “service robotics” c’è dunque la necessità di una maggiore cooperazione europea.
Ad esempio sarà necessario:
  • stabilire i requisiti di sicurezza (requisiti, norme di funzionamento sicuro e buone pratiche);
  • elaborare linee guida di progettazione per l’ergonomia della robotica;
  • individuare metodi per migliorare la sicurezza e salute nelle applicazioni e verificare se vengono applicati correttamente i requisiti e le linee guida;
  • presentare modelli educativi per formare i lavoratori a lavorare con i robot;
  • migliorare la regolamentazione;
  • sviluppare innovazioni per eliminare o ridurre i possibili rischi correlati alla robotica.
Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

 

 

 

 

 

 

 

 

È stata pubblicata sul sito dell’INAIL una nuova pubblicazione gratuita Inail, del Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale su “La valutazione del rischio vibrazioni”.
Il volume si propone come riferimento operativo per la misura, la valutazione e il controllo del rischio derivante dall’esposizione alle vibrazioni meccaniche nei luoghi di lavoro, sulla base dello stato dell’arte delle conoscenze tecniche e scientifiche in materia.
Viene proposto un metodo per la corretta classificazione dei lavoratori in fasce di rischio, e un nuovo metodo standardizzato per il calcolo dell’incertezza sui descrittori del rischio. Nelle Appendici sono presentati diversi esempi pratici.
Di seguito affrontiamo l’articolazione del volume, i suoi obiettivi e riportiamo un estratto sui percorsi di valutazione previsti dall’art. 202 del d.lgs. 81/2008.

ARTICOLAZIONE DEL VOLUME

La Pubblicazione comincia con la Determinazione dell’esposizione al rischio vibrazioni ed identifica le diverse tipologie, le diverse misure di esposizione. Si concentra quindi sul documento di valutazione dei rischi, affrontando le diverse fasi di questa valutazione, la giustificazione del rischio, la quantificazione, i possibili DPI antivibrazione, informazione, formazione e sorveglianza sanitaria.
Inoltre, un capitolo specifico riguarda il controllo delle vibrazioni meccaniche delle macchine e le indicazioni sulla Corretta manutenzione. Nelle appendici aspetti più tecnici relativi a metodi e calcoli di esposizione (e non solo).

OBIETTIVO DEL VOLUME

Il Dipartimento INAIL ha inteso fornire a tutti gli operatori della sicurezza un documento operativo di sintesi sulle attuali conoscenze nazionali e internazionali per consentire loro di valutare nel migliore dei modi i rischi legati all’esposizione alle vibrazioni meccaniche, sia quelle trasmesse al sistema mano-braccio che quelle trasmesse al corpo intero. In particolare, vengono date indicazioni operative dettagliate sulla corretta metodologia di valutazione del rischio vibrazioni per ciascuno dei tre ‘percorsi’ previsti dall’art. 202 del d.lgs. 81/2008 che utilizzano, alternativamente, i dati di certificazione dei costruttori, le banche dati o le misurazioni. Per ognuno di questi percorsi è inoltre definito un metodo per il calcolo dell’incertezza associata alla stima dei descrittori di rischio. Indicazioni tecniche per la riduzione del rischio e un’ampia casistica di esempi completano il documento.

I PERCORSI DI VALUTAZIONE DEL RISCHIO AI SENSI DELL”ART. 202 DEL TESTO UNICO DI SICUREZZA

Il d.lgs. 81/2008 prevede, all’art. 202 comma 2, la possibilità che l’accelerazione prodotta da un utensile/veicolo venga stimata per tre diverse vie:
a) Misure. L’esecuzione di misure di accelerazione, ed il successivo calcolo del descrittore di esposizione A(8), verrà discussa nella sezione 2.5 per le HAV e nella sezione 2.6 per le WBV. Nella stessa sezione 2.6 verranno anche brevemente presentati metodi integrativi per la quantificazione di vibrazioni con forte contenuto impulsivo. Infine, nell’Appendice G verranno illustrate le caratteristiche richieste alla strumentazione di misura.
b) Informazioni fornite dal costruttore delle attrezzature. L’utilizzo dei dati forniti dal fabbricante verrà discusso nella sezione 2.7.
c) Informazioni reperite in banche dati. L’utilizzo delle banche dati verrà discusso nella sezione 2.8 del Volume.

Procedura da seguire secondo il Coordinamento tecnico delle Regioni e delle Province autonome

Sulla base dell’interpretazione resa dal Coordinamento tecnico delle Regioni e delle Province autonome, si può stabilire che la procedura da seguire su questo tema sia la seguente:
a) si ricercano, all’interno di una banca dati, le informazioni relative alle accelerazioni dei diversi utensili/veicoli. I dati possono essere utilizzati a patto che essi descrivano le reali condizioni di rischio relativamente a:
– modello e utilizzo dell’attrezzatura;
– manutenzione dell’attrezzatura;
– disponibilità di tutti gli elementi utili per una eventuale bonifica del rischio.
b) Qualora l’opzione a) non sia percorribile, si utilizzano le informazioni relative alle accelerazioni dei diversi utensili/veicoli fornite dal costruttore. I dati possono essere utilizzati a patto che:
– siano disponibili fattori correttivi (se richiesti);
– l’attrezzatura sia in buone condizioni di manutenzione; – essi contengano gli elementi utili per una eventuale bonifica del rischio.
c) Qualora né l’opzione a) né l’opzione b) risultino percorribili, vanno eseguite misure. In quanto ‘metodo di riferimento, va fatto ricorso a misure in tutti i casi dubbi o controversi o che abbisognano di particolare precisione nel calcolo dell’esposizione, ed in generale nei casi elencati nel documento del Coordinamento tecnico delle Regioni e Province autonome e di seguito riportati:
– situazioni espositive nelle quali, non potendo giustificare, non sono disponibili né dati pertinenti in BDV né valori forniti dal fabbricante;
– attrezzature di lavoro per le quali i dati del fabbricante siano in palese disaccordo (ed in particolare sottostimano) con i dati misurati riportati in BDV;
– attrezzature di lavoro i cui libretti di istruzione riportino valori di accelerazione senza riferirsi ad alcuna normativa CEN o ISO non pertinente al macchinario stesso;
– contenziosi sull’attendibilità dei livelli di esposizione;
– valutazione dei livelli di esposizione per indagini su presunte malattie professionali.

Il Volume INAIL afferma anche che la misurazione delle vibrazioni serve anche per verificare se il programma di manutenzione del parco macchine (es.: sedili, ammortizzatori, attrezzi di lavoro collegati) è efficace e nel caso ridefinirne programmazione e specificità.

Org Numeri rimane a tua disposizione per effettuare rilievi strumentali con accelerometro certificato delle vibrazioni mano-braccio e corpo-intero nel rispetto della presente linea guida e norme tecniche di riferimento, aiutandoti a valutare correttamente i rischi e soprattutto definire delle misure di prevenzione e protezione idonee per ridurre l’esposizione dei tuoi collaboratori a tale agente fisico!

Fonte: Insic.it