Come sottolineato anche durante l’incontro “ 20 anni di PuntoSicuro” che si è tenuto a Bologna lo scorso 16 ottobre, alcuni collaboratori del giornale hanno contribuito in questi a mantenere alta l’attenzione sui temi correlati ai fattori umani, agli aspetti psicologici, ai problemi correlati al benessere e al malessere nei luoghi di lavoro, ad esempio con riferimento alla fatica, al carico di lavoro mentale e al sovraccarico cognitivo dei lavoratori. Torniamo a parlarne, con riferimento al problema degli errori umani, proprio attraverso un intervento di un nostro collaboratore, il Dott. Massimo Servadio (Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa), che ha partecipato come relatore al seminario “ Cyber Security e tecnostress: come il cybercrime ha influenza sulla salute nei luoghi di lavoro”. Un evento, organizzato da PUNTO SICURO in collaborazione con Mega Italia Media, che si è tenuto sempre il 16 ottobre 2019 durante la manifestazione “ Ambiente Lavoro”.

Ci siamo già soffermati, in un precedente articolo, sul suo intervento soffermandoci sulla fatica mentale, sulla saturazione psicologica e sul burn out, e continuiamo questo approfondimento sul tema del malessere e dell’errore umano affrontando i seguenti temi:

L’analisi e la misura del carico mentale

Nell’intervento “Sovraccarico cognitivo ed Errore Umano”, a cura del Dott. Massimo Servadio, riguardo al carico di lavoro mentale si indica che i risultati delle ricerche “dimostrano che è più facile riconoscere la sintomatologia legata all’affaticamento fisico, che non quella legata alla fatica mentale da sovraccarico, considerata come una reazione complessa associata all’incapacità individuale di elaborare le informazioni complesse provenienti dalla situazione di lavoro, oltre che una reazione associata a fattori organizzativi, tecnologici e culturali propri dell’azienda in cui si lavora”.  E si segnala che dal momento che la capacità lavorativa di un individuo è limitata, “se le esigenze di un compito superano questo limite, il compito non può più essere eseguito normalmente e il comportamento operatorio si modifica”. Sempre riguardo a questo tema si indica inoltre “per studiare il carico di lavoro mentale è stata ideata la tecnica del doppio compito che consiste nel saturare la capacità lavorativa dell’operatore per mezzo di un compito aggiuntivo rispetto a quello principale, valutando poi di quanto peggiora la prestazione che ne risulta. Il compito aggiuntivo serve quindi a misurare la capacità residua quella che cioè non viene utilizzata quando il compito principale è eseguito da solo”.  E si ritiene “che la capacità del soggetto di eseguire il compito secondario costituisca un indice della sua capacità residua e che tale capacità sia complementare al carico imposto dal compito primario”. Riguardo poi alla misura, il carico di lavoro mentale “non può essere misurato direttamente, ma deve essere stimato indirettamente attraverso la misura di altre variabili che si ritengono correlate ad esso”. Si possono avere:

  • Misurazioni comportamentali: “in questo caso la stima è fornita da indici di performance (numero di errori, tempi di reazione) al compito, o ad un compito aggiuntivo (paradigma del dual task)
  • Misurazioni soggettive: somministrazione di questionari standardizzati, che richiedono, dopo l’esecuzione di un compito, di rispondere ad una o più domande che rilevano la percezione di difficoltà nell’esecuzione del compito svolto”.

I rischi del sovraccarico e il technostress

Veniamo dunque ai rischi del sovraccarico.  Massimo Servadio ricorda che al giorno d’oggi, la cosiddetta capacità simultanea o multitasking “è un’esigenza essenziale in una moltitudine di professioni”, infatti “è sempre più frequente trovarsi in condizioni di multitasking, anche perché la tecnologia a nostra disposizione ci invita ad eseguire più compiti contemporaneamente”. In questo senso se da un lato “le finestre multiple, la messaggistica istantanea, l’e-mail ed i programmi di notifica favoriscono lo svolgimento di più compiti contemporaneamente ed alimentano l’illusione di una maggiore efficienza, dall’altro possono avere effetti molto negativi”. E i rischi sono traducibili in termini di:

  1. Tempo
  2. Efficacia
  3. Salute
  4. Relazioni 

Inoltre la condizione di lavoro in multitasking “è solo illusoria infatti il nostro cervello è in grado di passare velocemente da un compito all’altro, lavora sempre in serie a meno che uno dei due compiti assegnati non sia sufficientemente semplice o ripetitivo da non richiedere un’elaborazione attentiva (conscia) e venga così automatizzato”. Tuttavia la possibilità di “gestire contemporaneamente più informazioni presuppone che almeno la maggior parte di esse non contenga elementi di incertezza o necessità di scelta, fattori questi che rallentano automaticamente e significativamente i tempi operativi”. In particolare la situazione più critica si verifica “quando due compiti contemporanei contengono fattori di incertezza tali da impedire all’operatore la previsione e quindi la pianificazione della risposta che non può, in tale caso, diventare automatica o semiautomatica”. E in questo caso ci possiamo trovare di fronte ai rischi del technostress.

Cosa succede quando ci sovraccarichiamo? 

Se “vivere in una costante condizione di multitasking comporta un grande dispendio di energie e di risorse cognitive”, cosa succede quando ci sovraccarichiamo? 

A questo proposito – continua l’intervento – Miller osservò che “l’operatore, per proteggersi da un sovraccarico dell’input di informazione in un compito senso motorio attiva delle strategie quali:

  1. Omissione: la persona non elabora l’informazione quando vi è un sovraccarico estremo
  2. Errore: la persona elabora l’input in modo inesatto e non compie i necessari aggiustamenti dell’output
  3. Quequeing (mettersi in coda): la persona ritarda le risposte durante i periodi di sovraccarico massimo, per poi riprenderle durante i periodi di calma
  4. Filtraggio: la persona omette sistematicamente certi tipi di informazione, secondo una specie di schema di precedenza
  5. Approssimazione: la persona utilizza un meccanismo di output in cui viene data una risposta meno precisa o esatta perché non c’è tempo per l’esattezza
  6. Fuga: la persona abbandona completamente una situazione o prende qualsiasi altra misura che riduca sensibilmente l’afflusso di informazioni.

In ogni caso, qualunque sia la modalità di risposta al sovraccarico, “il rischio maggiore è sempre lo stesso: commettere un errore”.

L’errore umano e il modello dell’errore organizzativo

L’intervento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta alcune indicazioni sul concetto di errore umano e si sofferma sul modello dell’errore organizzativo partendo dalla categorizzazione del comportamento dell’uomo in 3 diverse tipologie (Rasmussen, 1987):

  • Skill-based behaviour: “sono comportamenti automatici ad una data situazione;
  • Ruled- based behaviour: si mettono in atto dei comportamenti, prescritti da regole, che sono state definite in quanto ritenute più idonee da applicare in una particolare circostanza;
  • Knowledge- based behaviour: si tratta di comportamenti messi in atto quando ci si trova davanti ad una situazione sconosciuta e si deve attuare un piano per superarla”.

L’intervento si sofferma sui vari livelli:

  • “a livello Skill avviene quella situazione per la quale agiamo in modo automatico in base a quanto appreso da esperienze passate. Il comportamento inoltre, deve essere stato automatizzato grazie all’addestramento o all’esperienza ripetuta. Proprio grazie agli automatismi, l’impegno cognitivo richiesto a questo livello è molto basso e le risorse attentive possono essere dedicate ad altro. È il caso di chi guida in autostrada e dopo un lungo tratto non si ricorda del tragitto effettuato, soprattutto se non c’era traffico e la strada era nota (situazione stabile e nota). Gli errori a questo livello sono dovuti ad azioni eseguite in automatico ma inopportune e non volute rispetto alla situazione (slips) oppure a involontarie dimenticanze (lapses); in altri casi possono essere causati da stanchezza, affaticamento, preoccupazione e stress”;
  • “a livello Rule lo sforzo cognitivo richiesto è superiore rispetto al livello Skill e quindi, quando possibile, il cervello torna a livello Skill oppure trasforma le attività svolte a livello Rule in attività di livello Skill tramite l’esperienza. Errori a questo livello sono relativi alla procedura che si sceglie di eseguire: non sono procedure sbagliate in assoluto, ma grossolane (come spegnere il televisore staccando la spina), parzialmente corrette, oppure teoricamente corrette ma inadeguate rispetto alla situazione (Rule based mistakes). Per cui, la persona è ben consapevole di ciò che sta facendo”;
  • “a livello Knowledge si agisce quando la situazione è inattesa e bisogna fare affidamento alle proprie conoscenze, competenze ed esperienze passate per dare luogo ad una soluzione creativa. È il caso di un’emergenza inattesa, quando la situazione si complica e non si sa come interpretarla. Il livello di impegno cognitivo richiesto è molto alto, ma fortunatamente queste situazioni non sono così frequenti. Gli errori a questo livello (Knowledge based mistakes) vengono effettuati a livello intenzionale come nel livello Rule, ma si tratta di strategie del tutto sbagliate e non di procedure inadeguate, che nascono dall’incapacità di capire la situazione e di avere la giusta flessibilità per intervenire.

 

In definitiva è fondamentale considerare l’errore “non come problema dell’individuo, ma come una caduta delle difese del sistema: spostare l’attenzione dalla ricerca dell’errore attivo a quella dell’errore latente” (James Reason):

  • errore attivo: “errore o violazione commessa da coloro che sono nel processo”;
  • errore latente: “errore nella progettazione, nell’organizzazione, nella formazione o nel mantenimento che porta agli errori degli operatori in prima linea e i cui effetti rimangono silenti nel sistema per lunghi periodi; si tratta di errori che ‘aspettano’ di accadere”.

Conclude Massimo Servadio citando ancora James Reason: gli errori attivi sono come le zanzare: possono essere eliminate ad una ad una, ma continuano a ritornare. Il miglior metodo per difendersi è quello di creare delle misure efficaci ripulendo gli acquitrini dove si moltiplicano. Le paludi, in questo caso, costituiscono le condizioni sempre latenti’.

FONTE: PUNTO SICURO

L’articolo 36 del decreto-legge, entrato in vigore il 31 dicembre 2019, ha previsto l’istituzione presso l’Inail di una banca dati informatizzata delle verifiche previste dal DPR 22 ottobre 2001, n. 462 (verifiche impianti di terra). Per dar seguito a quanto richiesto dal decreto, l’INAIL ha predisposto un modello da compilare e inviare via PEC alle UOT territorialmente competenti, attraverso cui il datore di lavoro indica il nominativo dell’organismo incaricato delle verifiche periodiche di cui all’art. 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1 del DPR 462/01.

 

Relazione illustrativa DDL Milleproroghe – Estratto – MOTIVAZIONI DELL’INTRODUZIONE DELLA BANCA DATI INAIL

“L’adozione della suddetta banca dati nazionale”, “consentirà di ridurre l’elusione, da parte dei datori di lavoro, dell’obbligo di verifica degli impianti elettrici, così come è avvenuto per le verifiche degli apparecchi di sollevamento e degli apparecchi a pressione (D.lgs. 81/08, art. 71 e DI 11/04/11), settore in cui stata realizzata un’analoga banca dati. Allo stato, si può affermare che, ottimisticamente, viene sottoposto a verifica non più del 5% degli impianti che ne avrebbero l’obbligo, con conseguente violazione del diritto di tutti i lavoratori (e più in generale delle persone esposte), e non del solo 5% di essi, ad essere equamente tutelati nella propria
incolumità (il numero di infortuni sul lavoro, mortali o comunque fortemente invalidanti, dovuti al rischio elettrico è tuttora molto elevato).
Peraltro INAIL dispone già di un applicativo software (CIVA) che assolve la funzione di banca dati per le denunce degli impianti elettrici e per le verifiche periodiche di altre attrezzature (apparecchi di sollevamento ed a pressione): INAIL può dunque facilmente implementare in tale applicativo (con risorse  Banca dati INAIL delle verifiche periodiche Impianti messa a terra D.P.R. n. 462/2001 interne, già destinate alla gestione dell’applicativo stesso) la funzione di banca dati delle verifiche degli impianti elettrici.
La disposizione prevede che gli organismi privati, incaricati della verifica dal datore di lavoro, versino ad INAIL il 5% della tariffa applicata per la verifica. Per garantire l’uniformità dei versamenti, da parte degli organismi privati ad INAIL, occorre adottare un tariffario unico nazionale, come già avvenuto per le
verifiche degli apparecchi di sollevamento e degli apparecchi a pressione, e per la revisione degli autoveicoli, settori in cui – analogamente a quello delle verifiche degli impianti elettrici – occorre privilegiare la professionalità e la competenza, nell’interesse della sicurezza degli utenti e dei lavoratori. L’adozione di un unico tariffario nazionale per le verifiche degli impianti elettrici (D.lgs. 81/08, art. 86 e DPR n. 462/2001) è di facile attuazione, in quanto per tali verifiche già esiste un tariffario nazionale, adottato da ISPESL (ora INAIL), con decreto del 7 luglio 2005 pubblicato su Gazzetta Ufficiale n. 165 del 18 luglio 2005. Operativamente, il passaggio dall’attuale sistema può essere conseguito operando sul DPR 22 ottobre 2001 n. 462”

 

Art. 36 Informatizzazione INAIL – Decreto 162/19 – modifiche DPR 462/01

1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462, dopo l’articolo 7 è aggiunto il seguente:

«Art. 7 -bis (Banca dati informatizzata, comunicazione all’INAIL e tariffe) . — 1. Per digitalizzare la trasmissione dei dati delle verifiche, l’INAIL predispone la banca dati informatizzata delle verifiche.

2. Il datore di lavoro comunica tempestivamente all’INAIL, per via informatica, il nominativo dell’organismo che ha incaricato di effettuare le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1.

3. Per le verifiche di cui all’articolo 4, comma 1, e all’articolo 6, comma 1, l’organismo che è stato incaricato  della verifica dal datore di lavoro corrisponde all’INAIL
una quota, pari al 5 per cento della tariffa definita dal decreto di cui al comma 4, destinata a coprire i costi legati alla gestione ed al mantenimento della banca dati informatizzata delle verifiche.

4. Le tariffe per gli obblighi di cui all’articolo 4, comma 4, e all’articolo 6, comma 4, applicate dall’organismo che è stato incaricato della verifica dal datore di lavoro,
sono individuate dal decreto del presidente dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL) 7 luglio 2005, pubblicato sul supplemento ordinario n. 125 alla Gazzetta Ufficiale n. 165 del 18 luglio 2005, e successive modificazioni.».

TARIFFE STANDARD

 

Il Decreto-Legge 30 dicembre 2019, n. 162 è entrato in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, ovvero il 31 dicembre 2019, ma i suoi effetti sono provvisori, perché i Decreti-Legge “decadono” se il Parlamento non li converte in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione.

 

 

 

DAL 1° GENNAIO 2020 NUOVI CONTRIBUTI AMBIENTALI PER CARTA, PLASTICA E LEGNO

Ricordiamo alle aziende Consorziate che è stata deliberata una rimodulazione del contributo ambientale per gli imballaggi in carta, plastica e legno che entrerà in vigore a partire dal 1 gennaio 2020.

  • Il contributo per gli imballaggi in carta passa da 20 a 35 euro/tonnellata; per i poliaccoppiati a prevalenza carta idonei al contenimento di liquidi, per i quali il contributo ambientale diventerà quindi 55 euro/tonnellata (invece di 40 euro/tonnellata).
  • Il contributo per gli imballaggi in legno passa da 7 a 9 euro/tonnellata;

Rimodulato anche il contributo ambientale per gli imballaggi in plastica, competenza di Corepla.

Il valore medio del contributo ambientale per gli imballaggi in plastica passerà da 263 EUR/tonnellata a 330 EUR/tonnellata.

Resteranno in vigore le quattro fasce contributive valide dal 1° gennaio 2019, che sono state però riformulate per portare a regime un processo di diversificazione che le renda più coerenti con l’effettiva selezionabilità e riciclabilità degli imballaggi allo stato delle tecnologie attuali.

Invariate le prime due fasce.

  • La fascia A continuerà a riguardare imballaggi con una filiera di selezione e riciclo efficace e consolidata da circuito commercio&industria, con un contributo ambientale pari a 150 euro/tonnellata. La fascia B1 resterà dedicata a imballaggi con una filiera di selezione e riciclo efficace e consolidata da circuito domestico, e il suo contributo rimarrà di 208 EUR/tonnellata;
  • La fascia B2, invece, diventerà quella dedicata a imballaggi con una filiera di selezione e riciclo in fase di consolidamento e sviluppo, sia da circuito domestico sia da commercio&industria. Il suo contributo ambientale sarà di 436 EUR/tonnellata;
  • Infine la fascia C, quella degli imballaggi non selezionabili o riciclabili allo stato delle tecnologie attuali, vedrà il contributo passare da 369 EUR/tonnellata a 546 EUR/tonnellata.

Infine, è stata modificata la soglia di esenzione dal versamento del CAC:

  • per le procedure ordinarie è stata aumentata da 50 euro a 100 euro per tipologia di materiale;
  • per le procedure semplificate è stata aumentata da 100 euro a 200 euro.

Le procedure consortili prevedono specifiche soglie di esenzione al di sotto delle quali la dichiarazione è dovuta solo il primo anno (peraltro ai soli fini statistici) in quanto non vi è obbligo di versamento del Contributo ambientale Conai (CAC).

Dal 1 gennaio 2020 però, per le sole procedure ordinarie, è stata introdotta nel contempo una soglia minima di dichiarazione – a soli fini statistici – basata sul peso degli imballaggi immessi al consumo nell’anno di riferimento, pari a 10 tonnellate e a prescindere dal valore del CAC relativo. In buona sostanza, al raggiungimento di almeno 10 tonnellate per materiale (es carta, plastica, legno..), la dichiarazione è comunque dovuta anche laddove il correlato CAC risulti inferiore alla soglia di esenzione.

Contattaci per avere ulteriori informazioni in merito agli adempimenti CONAI!

Fonte: CONAI

Di fronte alla crescente complessità delle procedure aziendali e al fatto che al lavoratore possa essere chiesto, con una frequenza superiore al passato, di adeguarsi al loro mutamento, occorre prestare ogni attenzione per favorire i processi di apprendimento e di attuazione di queste azioni, non solo per il conseguimento dell’obiettivo aziendale, ma anche alla sicurezza del lavoratore. Uno degli strumenti più potenti per lavorare in questa direzione è il linguaggio utilizzato per scrivere indicazioni operative e procedure. Come dice Searle (1995), per scrivere con chiarezza occorre prima di tutto pensare con chiarezza, vi è, quindi, un’attinenza diretta tra ragionamento, pensiero e scrittura. Un processo che sa pensare con attenzione al potere delle parole e si assume la responsabilità di utilizzare quelle che meglio si prestano all’obiettivo di una comunicazione efficace. Il modo di scrivere una procedura agli occhi di chi le legge esprime anche il nostro modo di essere e il modo con il quale l’azienda intende approcciarsi ai problemi. Errori di scrittura, barocchismi, il ricorso a linguaggi iniziatici tecnici esprimono la cultura aziendale, così come l’attenzione più alle disposizioni di legge che ai problemi concreti dei lavoratori. In sostanza occorre sempre chiedersi per quale motivo si sta scrivendo, cosa si vuole dire, a chi e per ottenere quale risultato. Un’immagine efficace relativa a una buona comunicazione la troviamo in una celebre scena del film “I predatori dell’arca perduta”. Indiana Jones viene affrontato da un guerriero che sfodera una scimitarra e la brandisce con grande enfasi e maestria. Jones estrae la pistola e gli spara: fine del duello. Non importa se questa soluzione sia stata determinata, come narrano le cronache, dal fatto che Harrison Ford quel giorno fosse alle prese con un attacco di diarrea: l’immagine rimane efficace, lo sfoggio e lo spargimento di parole è del tutto inutile quando lo scopo è altro. L’esperienza condotta in questi anni ci ha permesso di individuare alcune regole di fondo utili a rendere non solamente comprensibili, ma fondamentalmente efficace la scrittura delle regole e delle procedure aziendali in modo che queste vengano apprese e seguite dai lavoratori.

Frasi Brevi

Usare frasi brevi. Si può utilmente pensare di redigere frasi che non superino le 25-30 parole. Questo perché, come abbiamo più volte detto (Zuliani 2017, Zuliani e Santoro, 2019), il cervello ha poca energia a disposizione, quindi, più una frase è lunga e più energia consumerà. Per cui quando si può tagliare una parola è bene farlo sempre.Inutili lungaggini mostrano anche poca attenzione e causano scarso investimento nella lettura. Come ebbe a scrivere Pascal “mi scuso per la lunghezza della mi lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una di più breve” (1657). Complicare la comunicazione è facile: basta aggiungere colori, forme, decorazioni e così via. Semplificare è molto più difficile (Munari, 2008) perché per farlo occorre saper cosa togliere e saper individuare l’essenzialità del messaggio che si vuole trasmettere. In questa direzione occorre evitare l’uso di subordinate e ricordare che spesso i problemi nascono dal voler concentrare troppe informazioni in una sola frase.

Scrivere positivo e semplice

Usare frasi in positivo e non in negativo. Quando le persone ricevono informazioni negative non sono spinte a rivedere le loro posizioni precedenti su di un argomento sul quale hanno già un’opinione come quando ricevono informazioni positive (Sharot, Korn e Dolan, 2011). L’aspetto rilevante è che ci sono prove convincenti che vi siano delle basi neuronali che facilitano l’incorporazione delle buone notizie. Si tratterebbe del giro frontale inferiore (IFG) che correggerebbe gli errori di stima utilizzando maggiormente le informazioni positive, rispetto a quelle negative (Sharot e altri, 2012). In più le frasi con doppia negazione oltre ad essere superflue confondono non poco l’interlocutore. Anche lo sfoggio retorico che contengono fanno perdere di significato la frase. Ad esempio scrivere “non è escluso che” lascia una traccia di ambiguità che non permette di comprendere appieno il messaggio che si vuole trasmettere. Analogamente si sconsiglia di usare la forma passiva quando può essere usata quella attiva, inutile complicare la frase con tempi verbali che non si utilizzano nel linguaggio comune.

Attenzione alle metafore e alle similitudini

Utilizzare, con la dovuta attenzione, le metafore. Queste, infatti, hanno la forza di attivare strutture mentali preesistenti e per lo più inconsapevoli. Se ben utilizzate, attivano i frame mentali delle persone, il senso di identificazione e accrescono il consenso verso il contenuto del messaggio (Lakoff e Johnson, 1980) proprio nella misura in cui sono in grado di evocare un’immagine che trasferisce il messaggio anche su un piano emozionale. Come scrive Carofiglio (2017) è importante distinguere le similitudini dalle metafore per il maggior impatto delle seconde. Carofiglio ricorda che dire che “la faccia di Cesare era come un cielo in tempesta” (similitudine) è molto meno efficace che dire “la faccia di Cesare era un cielo in tempesta” (metafora). Quindi le metafore vanno utilizzate con l’attenzione che i destinatari ne condividano il significato.

Il peso delle parole

Essere consapevoli del peso delle parole che caricano di una grande responsabilità chi le utilizza. Tra le possibili dimensioni che assumono le parole qui ci limitiamo a evidenziarne tre: semantica, sintattica e pragmatica. L’efficacia comunicativa di un testo è legata anche al valore semantico delle parole che vengono utilizzate, ma anche dal contesto nel quale sono inserite, dal supporto utilizzato, dalla loro concatenazione e da quanto altri stimoli possano indirizzarne l’interpretazione e, ancor di più, la velocità di comprensione. Per restare su quest’ultimo punto pensiamo a un messaggio che tutti conosciamo: “attenti al cane”. Ebbene questo messaggio se risulta solamente scritto ha un’efficacia comunicativa molto inferiore di quella che ottiene se accompagnata dall’immagine di un cane. Questo perché l’immagine ci indirizza, con una sorta di priming semantico, verso il fatto che la scritta parlerà di un cane. Sappiamo che la codifica visiva è più rapida di quella scritta. Ecco allora che la scritta “attenti al cane” troverà la strada preparata per una più rapida comprensione. A questo punto però il significato che quella specifica immagine di cane ha per ognuno di noi acquista valore non trascurabile. Se, a titolo di esempio, mi piacciono i pastori tedeschi e magari ne ho avuto uno al quale ero particolarmente affezionato, ecco che l’immagine di quella razza di cane non mi predisporrà a comprendere che mi stanno avvisando di un pericolo.Come detto anche la sequenza delle parole ha un valore simile. Così la parola “pesca” può far pensare per associazione a un altro frutto (un’albicocca), a un pesce (frutto della pesca) o a quel luogo, dove si vincono degli oggetti “pescando” i biglietti con i numeri fortunati.

 

 

Così, se dovessimo attribuire a questi due disegni un nome scelto tra Takete e Maluma con tutta probabilità chiameremo Tekete il disegno spigoloso e Maluma quello con le forme arrotondate. Il cervello collega le informazioni sensoriali a suoni specifici attraverso il meccanismo chiamato “simbolismo sonoro” per cui immagini, suoni e odori si collegano nel nostro cervello a parole che li rappresentano. Si tratta di sinestesie che hanno un’importanza cruciale per la percezione che abbiamo del mondo esterno (sembra che ve ne siano più di 50) alcune sono uditive, altre spazio temporali, altre, appunto linguistiche. In questo caso il priming semantico che mi predisporrà a comprendere di cosa si sta parlando dipenderà dal contesto (all’interno di una sagra popolare la parola pesca indirizza il pensiero verso il luogo in cui si vincono i fatidici premi), ma anche dalle parole che la precedono. Ecco allora che la parola “barca” costituirà un priming semantico che porterà a pesce (barca – pesca – pesce). Diversamente la parola frutto alla catena frutto – pesca – albicocca ; la parola “festa – pesca – numero fortunato”. Così dopo aver sentito la parola “paura” la maggior parte delle persone, se richiesto di completare la parola “pani_o”, diranno “panico” e non “panino”. Il problema è che ogni stimolo, come ogni parola, non attiva solamente una catena di associazioni, ma costituisce un vero e proprio moltiplicatore, come quando si lancia una biglia in un gruppo di altre biglie: gli urti che ne scaturiscono creano una reazione vasta e non facilmente prevedibile (Zuliani e Santoro, 2019). Anche un piccolo cambiamento nella collocazione, nella costruzione, nella scelta dei tempi o nel contesto del modo in cui le informazioni sono trasmesse può alterare radicalmente il modo in cui queste vengono recepite e utilizzate (Martin e altri, 2009).

L’affordance della comunicazione

Le frasi utilizzate devono avere una buona affordance. Con il termine affordance indichiamo l’insieme delle qualità di un oggetto che consente la sua utilizzabilità da parte di una persona. Ogni oggetto è fatto per essere agito e il modo in cui è fatto implica questa utilizzazione. Come scrive Sakata e altri (1995) i neuroni canonici, presenti nel lobo parietale, codificano l’affordance di un oggetto e la trasformano in un atto motorio. È come se i neuroni canonici possedessero una sorta di vocabolario motorio dal quale pescano le azioni appropriate per prendere e utilizzare quel determinato oggetto. Possiamo quindi dire che ogni oggetto innesca un comportamento ottimale, anche se ciò non preclude una sua diversa utilizzazione. Così una sedia spinge chiunque a sedervisi sopra, ma può essere utilizzata anche come sgabello per raggiungere una mensola posta in alto nella stanza. Anche le idee posseggo in qualche modo una loro affordance, così come la posseggono le procedure aziendali, tanto più se sono il risultato di una serie di azioni e dell’utilizzo che il lavoratore fa degli oggetti consoni a metterle in pratica. Analogamente agli oggetti anche le procedure devono prevedere delle “impugnature intellettuali” che ne agevolino la realizzazione (Aberkane, 2016).

La spinta (gentile) all’azione

Infine, e con questo ritorniamo all’effetto pragmatico delle parole e delle frasi utilizzate, occorre verificarne la capacità di suggerire le migliori decisioni da prendere. Con il termine “nudge” andiamo a individuare tutte le iniziative che sono utili a guidare le persone a prendere decisioni nella giusta direzione (Thaler e Sunstein, 2008). Si tratta di una vera e propria architettura che viene predisposta per spingere, gentilmente come direbbero gli autori citati, le persone verso le migliori decisioni possibili. Nessun condizionamento, ma solo dei suggerimenti che gli interessati possono o meno decidere di mettere in pratica. Ogni disposizione, ogni procedura prevede una progettazione e quindi l’idea di raggiungere un determinato risultato. In altri termini siamo sempre architetti delle scelte degli altri, la sfida è quella di essere dei buoni architetti delle scelte. E un modo efficace può essere quello di predisporre delle regole di default efficaci. Questo perché ognuno ha la tendenza, ad affidarsi al default degli oggetti e delle procedure e come tale spinta sia molto forte (Banhabib, Bisin e Schotter, 2010).

Antonio Zuliani

 

Fonte: PUNTO SICURO

AGGIORNAMENTO:
Aggiornata a Gennaio 2020 la versione istituzionale del Testo Unico di Sicurezza (D.Lgs. n.81/2008) presente sul sito dell’Ispettorato, dedicato alla memoria dell’Ing. Giuseppe PIEGARI, tra i primi artefici del documento dalla sua iniziale stesura ai successivi aggiornamenti.
In questa versione sono riportati gli ultimi aggiornamenti intercorsi a partire da Aprile 2019 (data dell’ultimo aggiornamento) e oggi, novità normative che abbiamo proposto anche su queste pagine.

Nella versione di Gennaio 2020:
• Inseriti gli interpelli dal n. 4/20195/20196/20197/2019 e 8/2019
• Sostituito il Decreto Direttoriale n. 8 del 25 febbraio 2019 con il Decreto Direttoriale n. 57 del 18 settembre 2019 (Ventiduesimo elenco dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’art. 71 comma 11);
• Sostituito il Decreto Direttoriale n. 2 del 16 gennaio 2018 con il Decreto Direttoriale n. 58 del 18 settembre 2019 – Ottavo elenco dei soggetti abilitati e dei formatori per l’effettuazione dei lavori sotto tensione
• Aggiunta la lettera a-bis all’art. 4, comma 1, del Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico 22 gennaio 2008, n. 37 (installazioni impianti negli edifici scolastici), inserita dal comma 50 dell’art. 1 della Legge 13 luglio 2015, n. 107;
• Aggiunto l’art. 7-bis (Informatizzazione INAIL) al Decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462, come previsto dall’art. 36 del Decreto-Legge 30 dicembre 2019, n. 162 (Milleproroghe 2019), pubblicato sulla G.U. n. 305 del 31/12/2019.

 

SCARICA QUI IL TESTO UNICO SICUREZZA – VERSIONE GENNAIO 2020

 

Fonte: EPC

MUD – Modello Unico di Dichiarazione Ambientale –  Scadenza 30 aprile 2020

Il 30 aprile 2020 scade il termine per la presentazione del Modello Unico di Dichiarazione Ambientale – MUD. Il Ministero dell’Ambiente con una nota pubblicata in data 9 gennaio 2020 ha confermato il modello allegato al D.P.C.M. 24 dicembre 2018, utilizzato per il MUD 2019. Il MUD va presentato alla Camera di Commercio competente per territorio, ovvero quella della Provincia in cui ha sede l’unità locale cui si riferisce la dichiarazione, ad eccezione dei soggetti che svolgono attività di solo trasporto e gli intermediari senza detenzione che devono invece presentare il MUD alla Camera di Commercio della Provincia in cui hanno la sede legale.

Rimangono immutate le informazioni da comunicare, le modalità per la trasmissione, nonché le istruzioni per la compilazione del modello.

La modulistica è articolata in sei Comunicazioni che devono essere presentate dai seguenti soggetti:

  1. Comunicazione Rifiuti:
  • Chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e trasporto dei rifiuti (trasportatori);
  • Commercianti ed intermediari di rifiuti senza detenzione;
  • Imprese ed enti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento dei rifiuti (impianti);
  • Imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi;
  • Imprese ed enti che hanno più di dieci dipendenti e sono produttori iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti da lavorazioni industriali, da lavorazioni artigianali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento dei fumi.

Sono esclusi dall’obbligo di presentazione del MUD, in base alla Legge n. 221/2015, le imprese agricole di cui all’art. 2135 del codice civile, nonché i soggetti esercenti attività ricadenti nell’ambito dei codici ATECO 96.02.01, 96.02.02 e 96.09.02.

  1. Comunicazione Veicoli Fuori Uso:
  • Soggetti che effettuano le attività di trattamento dei veicoli fuori uso e dei relativi componenti e materiali, rientranti nel campo di   applicazione del D. Lgs. 209/2003.
  1. Comunicazione Imballaggi:
  • SEZIONE CONSORZI: CONAI e i soggetti di cui all’art. 221, comma 3, lettere a) e c) del D. Lgs. 152/2006 per coloro i quali hanno aderito ai sistemi gestionali ivi previsti;
  • SEZIONE GESTORI RIFIUTI DI IMBALLAGGIO: Impianti autorizzati a svolgere operazioni di gestione (recupero e smaltimento) di rifiuti di imballaggio.
  1. Comunicazione Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche:
  • Soggetti coinvolti nel ciclo di gestione dei RAEE rientranti nel campo di applicazione del D.Lgs. 49/2014.
  1. Comunicazione Rifiuti Urbani, assimilati e raccolti in convenzione:
  • Soggetti istituzionali responsabili del servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani e assimilati.
  1. Comunicazione Produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche
  • Produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche, iscritti nel Registro AEE, e Sistemi Collettivi di Finanziamento.

La trasmissione del MUD deve essere effettuata esclusivamente per via telematica, ad eccezione dei produttori iniziali che producono, nella propria unità locale, non più di 7 tipologie di rifiuto e, per ogni tipologia di rifiuto, utilizzano non più di tre trasportatori e tre destinatari, che potranno compilare la Comunicazione Rifiuti Semplificata unicamente utilizzando la procedura disponibile sul sito di Ecocerved e spedendo la stessa via PEC.

Diritto di segreteria

Il diritto di segreteria è di 15 euro per ogni Unità Locale dichiarante. Il diritto di segreteria spettante alla Camera di Commercio deve essere versato, generalmente, utilizzando un bollettino di conto corrente postale indicando nella causale di versamento il codice fiscale del dichiarante e la dicitura “Diritti di Segreteria MUD – (legge 70/1994)“. Si consiglia di consultare il sito delle singole Camere di commercio per conoscere i conti correnti o specifiche indicazioni relative alle modalità di pagamento.

In allegato, scaricabili:

  • DPCM del 24 dicembre 2018;
  • Allegato 1 – articolazione del MUD;
  • Allegato 2 – Scheda Rifiuti semplificata;
  • Allegato 3 – Comunicazione telematica;
  • Allegato 4 – indicazioni per la presentazione del MUD in via telematica.

Contattaci per ulteriori informazioni!

L’immenso potenziale delle tecnologie digitali sta cambiando il luogo di lavoro; ma quali sono le ripercussioni per la salute e la sicurezza dei lavoratori? La nostra nuova brochure fornisce una panoramica dei nostri lavori in corso sulla digitalizzazione – tra cui un recente progetto di previsione – e il suo impatto sulla salute e sicurezza sul lavoro (SSL). L’opuscolo mette in evidenza come si potrebbe ridurre al minimo il potenziale negativo delle conseguenze della digitalizzazione in materia di SSL. Inoltre, mostra come si possono utilizzare le tecnologie digitali per migliorare la prevenzione sul luogo di lavoro.

La digitalizzazione e la sicurezza e la salute sul lavoro: un programma di ricerca dell’EU-OSHA

Quest’opuscolo riassume l’attività svolta dall’EU-OSHA sulla digitalizzazione e la sicurezza e salute sul lavoro (SSL), tra cui un progetto prospettico, una panoramica esaustiva sulla SSL e la campagna Ambienti di lavoro sani e sicuri. Valuta il potenziale offerto dalla digitalizzazione e come quest’ultima stia trasformando la vita lavorativa e la sicurezza e salute dei lavoratori. Esamina, inoltre, le sfide per la SSL e come affrontarle al fine di massimizzare le opportunità delle tecnologie digitali e migliorare le condizioni di lavoro.La digitalizzazione sta modificando rapidamente il mondo del lavoro. Il programma di ricerca dell’EU-OSHA si propone di fornire ai responsabili politici, ai ricercatori e ai luoghi di lavoro informazioni affidabili sui potenziali effetti della digitalizzazione sulla SSL, affinché si possa agire in modo tempestivo ed efficace per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori. La digitalizzazione e la sicurezza e la salute sul lavoro: un programma di ricerca dell’EU-OSHA (pdf)

Sintesi – Prospettive in merito ai rischi nuovi ed emergenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro correlati alla digitalizzazione nel periodo fino al 2025

Questa relazione presenta i risultati finali di un progetto prospettico di ampio respiro dedicato agli sviluppi nel settore delle tecnologie digitali e ai cambiamenti che ne derivano per le attività lavorative in termini di luoghi, tempi e modalità.L’impatto potenziale di questi cambiamenti sulla salute e sicurezza sul lavoro (SSL) nel periodo fino al 2025 è stato esaminato attraverso l’elaborazione di quattro scenari.  Ogni scenario presenta diverse sfide e opportunità sotto il profilo dell’SSL. Le ricerche svolte aiuteranno i lettori a comprendere meglio il modo in cui la digitalizzazione potrebbe influire sulla salute e sicurezza dei lavoratori nell’Unione europea e a mettere a punto strategie più resilienti ai cambiamenti a livello di lavoro e SSL.Sintesi – Prospettive in merito ai rischi nuovi ed emergenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro correlati alla digitalizzazione nel periodo fino al 2025 (pdf)

La natura mutevole del lavoro e delle competenze nell’era digitale

La presente relazione mira a far luce su alcuni dei driver chiave che vale la pena prendere in considerazione quando si valuta l’effetto delle nuove tecnologie sul futuro del lavoro e delle competenze. Combina una sintesi delle prove scientifiche più recenti e solide disponibili con la ricerca originale del CCR su questioni che sono state spesso trascurate dagli studi esistenti. In particolare, il rapporto fornisce nuove intuizioni sull’interazione tra automazione e organizzazione del lavoro, l’estensione e la natura del lavoro sulla piattaforma e gli schemi dei cambiamenti occupazionali nelle regioni dell’UE. Il primo capitolo discute l’impatto della tecnologia sull’occupazione. Esamina le stime più recenti sulla creazione e la distruzione di posti di lavoro indotti dalla tecnologia e fornisce nuove informazioni sul ruolo dell’organizzazione del lavoro nel modellare l’effetto delle nuove tecnologie sui mercati del lavoro.Il secondo capitolo discute in che modo le esigenze in termini di competenze si stanno spostando verso competenze digitali e non cognitive, dimostrando una crescente carenza di tali competenze nell’UE, che i sistemi educativi non stanno ancora affrontando completamente.Il terzo capitolo esamina le opportunità e le sfide legate alla recente tendenza al rialzo delle nuove forme di occupazione nell’UE, concentrandosi sui risultati della seconda ondata dell’indagine COLLEEM sul lavoro sulle piattaforme nell’UE.Il capitolo finale presenta i risultati di un nuovo studio del CCR-Eurofound sui modelli di cambiamento professionale nelle regioni dell’UE negli ultimi 15 anni, che mostra che i lavori a basso salario si sono sempre più concentrati nelle regioni periferiche mentre i lavori a salario più elevato stanno diventando sempre più concentrati nelle regioni capitali, portando a crescenti disparità territoriali, sia all’interno che all’interno degli Stati membri dell’UE. The changing nature of work and skills in the digital age.

Sviluppi nelle TIC e digitalizzazione del lavoro

Fra le dieci priorità principali della Commissione europea figura anche la creazione di un mercato unico digitale europeo
Un progetto di previsione EU-OSHA  sta esaminando le conseguenze sul lavoro dei rapidi sviluppi delle tecnologie digitali, comprese l’intelligenza artificiale e la robotica, e il potenziale impatto che ne deriva sulla salute e sicurezza sul lavoro (SSL). Questo progetto mira a fornire ai responsabili politici dell’UE, ai governi degli Stati membri, ai sindacati e ai datori di lavoro le informazioni di cui necessitano in merito ai cambiamenti nelle tecnologie digitali, al loro impatto sulla natura e sull’organizzazione del lavoro e alle sfide emergenti che possono comportare per la SSL.
Pubblicazioni rilasciate a seguito del progetto

Studi di follow-up che esaminano ulteriormente i settori e le sfide importanti

Esamina tutti i documenti di discussione di esperti in materia di TIC/digitalizzazione e SSL
Queste attività dovrebbero contribuire a garantire in futuro luoghi di lavoro sani e sicuri, in linea con una  crescita intelligente, sostenibile e inclusiva nell’UE.

Fonte: Eu-Osha

Alimentazione sicura

Segnaliamo che a Dicembre 2019 è stata diffusa la revisione 2018 delle Linee Guida per una sana alimentazione.

Le linee guida, elaborate da un’apposita commissione scientifica, hanno come obiettivo prioritario la prevenzione dell’eccesso alimentare e dell’obesità che, in Italia, soprattutto nei bambini, sta mostrando dati preoccupanti.

Massima attenzione viene inoltre rivolta alla prevenzione dalle malattie cronico-degenerative, promozione di salute e longevità, sostenibilità sociale ed ambientale, migliore qualità della vita.

Vi invitiamo pertanto ad un’attenta lettura del documento riportato nel link sottostante.

Fonte: Crea

 

 

 

 

Pesce Fresco

Come riconoscere se il pesce che stiamo acquistando è davvero fresco e può essere consumato in sicurezza?

Se il pesce è intero si devono considerare vari aspetti, mentre valutare la freschezza di un trancio di pesce può essere più complicato.

Di seguito il video con tutti i consigli dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie:

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Una grande parte degli incidenti correlati allo scoppio di serbatoi e bombole di gas, con particolare riferimento al GPL, è riconducibile “alla disattenzione, superficialità ed all’omissione nell’uso dei recipienti e nella loro manutenzione”. Un’altra fonte di cause di incidente è quella poi “derivante dalle installazioni non conformi alle norme per ciò che riguarda gli apparecchi utilizzatori, i sistemi di ventilazione e di scarico”. A rilevarlo, a fornire informazioni sulle tipologie di incidenti, con particolare attenzione ai rischi del riempimento abusivo di bombole per uso domestico, è il documento “ Scoppi di bombole e serbatoi: analisi ed interpretazione dei segni”,  pubblicato dal Nucleo Investigativo Antincendi ( NIA). Il documento si sofferma sui rischi e gli eventi incidentali correlati alle esplosioni di bombole e serbatoi, fornisce indicazioni nell’ambito dell’investigazione degli incendi e analizza diversi casi studio. Inoltre riporta, in conclusione, un compendio di indicazioni, che possono favorire la prevenzione di esplosioni e incendi, in relazione all’uso di gas in bombola e allo stoccaggio e deposito delle bombole. L’articolo si sofferma sui seguenti argomenti (rif. ulteriori articoli di PUNTO SICURO):

L’uso delle bombole in sicurezza

Il documento, redatto da Andrea Foggetti, riporta dunque una serie di istruzioni operative per l’uso del gas in bombola. A questo proposito si segnala che una bombola di gas deve essere messa in uso “solo se il suo contenuto risulta chiaramente identificabile”. E il contenuto “viene identificato nei modi seguenti:

  • colorazione dell’ogiva, secondo il colore codificato dalla normativa di legge
  • nome commerciale del gas punzonato sull’ogiva a tutte lettere o abbreviato
  • scritte indelebili, etichette autoadesive, decalcomanie poste sul corpo della bombola, oppure cartellini di identificazione attaccati alla valvola od al cappellotto di protezione
  • tipologia del raccordo di uscita della valvola, in accordo alle normative di legge
  • tipologie e caratteristiche dei recipienti”.

Altre indicazioni fornite dal documento:

  • “durante l’uso le bombole devono essere tenute in posizione verticale. Prima di utilizzare una bombola è necessario assicurarla alla parete o ad un supporto stabile, mediante catene o con altri arresti efficaci, salvo che la forma della bombola ne assicuri la stabilità. Una volta assicurata la bombola, si può togliere il cappellotto di protezione alla valvola
  • le bombole devono essere protette contro qualsiasi tipo di manomissione provocato da personale non autorizzato
  • le valvole delle bombole devono essere sempre tenute chiuse, tranne quando la bombola è in utilizzo. L’apertura delle valvole delle bombole a pressione deve avvenire gradualmente e lentamente. Ove necessario, utilizzare idonei riduttori di pressione
  • prima di restituire una bombola vuota, l’utilizzatore deve assicurarsi che la valvola sia ben chiusa, quindi avvitare l’eventuale tappo cieco sul bocchello della valvola ed infine rimettere il cappellotto di protezione
  • le bombole contenenti gas non devono essere esposte all’azione diretta dei raggi del sole, né tenute vicino a sorgenti di calore o comunque in ambienti in cui la temperatura possa raggiungere o superare i 50°C. Le bombole non devono mai essere riscaldate a temperatura superiore ai 50°C. È assolutamente vietato portare una fiamma al diretto contatto con la bombola
  • le bombole non devono mai essere collocate dove potrebbero diventare parte di un circuito elettrico. Quando una bombola viene usata in collegamento con una saldatrice elettrica, non deve essere messa a terra (questa precauzione impedisce alla bombola di essere incendiata dall’arco elettrico)
  • le bombole non devono essere raffreddate artificialmente a temperature molto basse (molti tipi di acciaio perdono duttilità e diventano fragili a bassa temperatura)
  • le bombole non devono essere usate come rullo, incudine, sostegno o per qualsiasi altro scopo che non sia quello di contenere il gas per il quale sono state costruite e collaudate
  • l’utilizzatore non deve cancellare o rendere illeggibili le scritte, né asportare le etichette, le decalcomanie, I cartellini applicati sulle bombole dal fornitore per l’identificazione del gas contenuto
  • l’utilizzatore non deve cambiare, modificare, manomettere, tappare i dispositivi di sicurezza eventualmente presenti, né in caso di perdite di gas, eseguire riparazioni sulle bombole piene e sulle valvole”
  • “non usare mai chiavi od altri attrezzi per aprire o chiudere valvole munite di volantino. Per le valvole dure ad aprirsi o grippate per motivi di corrosione, contattare il fornitore per istruzioni
  • la lubrificazione delle valvole non è necessaria. È assolutamente vietato usare olio, grasso od altri lubrificanti combustibili sulle valvole delle bombole contenenti ossigeno e altri gas ossidanti”.

Le incompatibilità tra gas e materiali

Si ricorda anche che “non devono essere montati riduttori di pressione, manometri, manichette od altre apparecchiature previste per un particolare gas o gruppo di gas su bombole contenenti gas. Nel documento sono riportati alcuni esempi, in un “elenco indicativo e non esaustivo” di incompatibilità gas-materiale (“per maggiori dettagli si rimanda a tabelle specifiche di compatibilità”):

 

Lo stoccaggio e il deposito delle bombole

Veniamo, infine, alle indicazioni relative allo stoccaggio e deposito delle bombole di gas:

  • “i locali di deposito devono essere strutturati in modo da permettere l’adeguata separazione delle bombole in base alle caratteristiche del gas contenuto: infiammabile, ossidante, tossico, corrosivo
  • i locali di deposito di bombole contenenti gas pericolosi e nocivi” devono essere “sufficientemente isolati da altri locali o luoghi di lavoro e di passaggio
  • nei locali di deposito devono essere tenute separate le bombole piene da quelle vuote, utilizzando cartelli murali per contraddistinguere i rispettivi spazi
  • in caso di presenza di bombole di gas infiammabili o comburenti, i depositi devono essere dotati di muro di contenimento paraschegge
  • in prossimità del luogo di stoccaggio devono essere presenti estintori idonei
  • in caso di stoccaggio di bombole di alimentazione di linee gas, deve essere presente valvola di intercettazione generale chiaramente identificata da apposita segnaletica
  • le bombole devono essere protette da ogni oggetto che possa provocare tagli od abrasioni sulla superficie del metallo
  • i locali di deposito devono essere asciutti, freschi, ben ventilati e privi di sorgenti di calore, quali tubazioni di vapore, radiatori, ecc.
  • i locali di deposito devono essere contraddistinti con il nome del gas posto in stoccaggio. Se in uno stesso deposito sono presenti gas diversi ma compatibili tra loro, le bombole devono essere raggruppate secondo il tipo di gas contenuto
  • nei locali di deposito le bombole devono essere tenute in posizione verticale ed assicurate alle pareti con catenelle od altro mezzo idoneo, per evitarne il ribaltamento, quando la forma del recipiente non sia già tale da garantirne la stabilità
  • i locali di deposito di bombole contenenti gas pericolosi e nocivi devono essere dotati di adeguati sistemi di ventilazione. In mancanza di ventilazione adeguata, devono essere installati apparecchi indicatori e avvisatori automatici atti a segnalare il raggiungimento delle concentrazioni o delle condizioni pericolose. Ove ciò non sia possibile, devono essere eseguiti frequenti controlli e misurazioni.
  • nei locali di deposito di bombole contenenti gas pericolosi e nocivi devono essere affissi cartelli segnalatori e norme di sicurezza concernenti le operazioni che si svolgono nel deposito (per esempio: movimentazione, ecc.), evidenziando in modo particolare i divieti, i mezzi di protezione generali ed individuali da utilizzare e gli interventi di emergenza da adottare in caso di incidente.
  • nei locali di deposito di bombole contenenti gas asfissianti, tossici ed irritanti deve essere tenuto in luogo adatto e noto al personale un adeguato numero di maschere respiratorie o di altri apparecchi protettori da usarsi in caso di emergenza, previa adeguata informazione, formazione ed addestramento.
  • è fatto divieto di utilizzo di impianti elettrici all’interno dei depositi di bombole. Qualora ve ne fosse la motivata necessità, i locali di deposito devono rispondere, per quanto riguarda gli impianti elettrici, i sistemi antincendio e la protezione contro le scariche atmosferiche, alle specifiche norme vigenti.
  • le bombole contenenti gas non devono essere esposte all’azione diretta dei raggi del sole, né tenute vicino a sorgenti di calore o comunque in ambienti in cui la temperatura possa raggiungere o superare i 50°C.
  • è vietato lo stoccaggio delle bombole in locali ove si trovino materiali combustibili o sostanze infiammabili.
  • le bombole non devono essere esposte ad una umidità eccessiva, né ad agenti chimici corrosivi. La ruggine danneggia il mantello del recipiente e provoca il bloccaggio del cappellotto.
  • è vietato lasciare le bombole vicino a montacarichi, sotto passerelle o in luoghi dove oggetti pesanti in movimento possano urtarli e provocarne la caduta.
  • è vietato depositare bombole di gas in sotterranei o seminterrati
  • è vietato immagazzinare in uno stesso locale bombole contenenti gas tra loro incompatibili (per esempio gas infiammabili ed ossidanti) e ciò per evitare, in caso di perdite, reazioni pericolose, quali esplosioni od incendi”.

In conclusione rimandiamo alla lettura integrale della pubblicazione NIA e segnaliamo che le istruzioni operative si soffermano anche sulle responsabilità per le misure di sicurezza, sui rischi potenziali per i lavoratori/utenti e sulla movimentazione delle bombole.

Fonte: PUNTO SICURO

Scarica il documento da cui è tratto l’articolo:

Nucleo Investigativo Antincendi, Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, “ Scoppi di bombole e serbatoi: analisi ed interpretazione dei segni”, documento redatto da Andrea Foggetti con il supporto del personale del Nucleo Investigativo Antincendi e del NIAT Lombardia, edizione agosto 2019 (formato PDF, 6.04 MB)